(Foto di Ansa)
MONDO. U -s-a! U-s-a! U-s-a! Parlamentari e membri dell’Amministrazione Trump, Repubblicani e Democratici, politici e militari e giudici: tutti in piedi hanno scandito il nome del proprio Paese e applaudito l’ingresso a sorpresa, nella galleria del Congresso, della squadra di hockey sul ghiaccio fresca di vittoria alle Olimpiadi di Milano-Cortina.
È stata una delle poche vere standing ovation collettive a cui abbiamo assistito durante il discorso dello Stato dell’Unione del presidente Trump due notti fa. Questione di tifo, certo, ma non soltanto. In base alla Costituzione degli Stati Uniti, terza sezione dell’articolo secondo, il presidente è tenuto a riferire «di tanto in tanto» sulla situazione del Paese. Per tutto il XIX secolo, i presidenti inviarono una relazione scritta, poi nel 1913 Woodrow Wilson decise di intervenire in persona davanti ai parlamentari. L’arrivo dei mass media ha fatto il resto, trasformando una consuetudine in un appuntamento istituzionale non soltanto fisso, lo Stato dell’Unione appunto, collocato tra fine gennaio e fine febbraio, ma quantomai atteso da politici e opinione pubblica. Proprio da alcuni rituali e immagini di un simile evento si può tentare una riflessione che muova oltre una singola, per quanto peculiare, presidenza, e si concentri invece sullo stato di salute della prima potenza mondiale.
Una certa comunanza di vedute, e questo non era affatto scontato fino a poco tempo fa, è stata dimostrata plasticamente dall’applauso tributato da destra e sinistra a pochissime misure di politica economica annunciate da Trump e di stampo fortemente interventista
Repubblicani e Democratici, oltre che per il comprensibile orgoglio sportivo, si sono alzati ad applaudire come un sol uomo in altre rare occasioni. Senz’altro quando si è trattato di celebrare alcuni esempi di coraggio e dedizione di appartenenti alle forze dell’ordine, dai veterani della Seconda guerra mondiale ai feriti durante il recente blitz per catturare il presidente venezuelano Nicolas Maduro. Una certa comunanza di vedute, e questo non era affatto scontato fino a poco tempo fa, è stata dimostrata plasticamente dall’applauso tributato da destra e sinistra a pochissime misure di politica economica annunciate da Trump e di stampo fortemente interventista (dalle norme contro i gruppi finanziari che acquistano immobili a uso abitativo alle proposte per sanzionare con più forza l’insider trading).
Già sulla politica estera, tradizionale terreno di incontro tra maggioranza e opposizione negli Stati Uniti, gli applausi comuni sono stati molto meno scroscianti. I parlamentari americani oggi sottoscrivono tutti che l’Iran non debba diventare una potenza nucleare, ma sulle modalità per arrivare a un simile obiettivo appaiono più divisi che in passato. Soprattutto, però, è sull’economia che si registra oggi la distanza maggiore e più sorprendente. Non soltanto, come sarebbe comprensibile, sulle scelte da compiere per il futuro, ma perfino sulla fotografia del presente. Il presidente Trump parla di «un’epoca d’oro per l’America» che si starebbe vivendo qui e ora, tra prezzi al consumo in calo, tasse sempre più leggere e investimenti sempre più numerosi.
I Democratici, da parte loro, brandiscono il tema della «affordability», cioè dell’accessibilità economica di spese per alimenti, casa e servizi, come fossimo in un Paese sull’orlo dell’iperinflazione o della bancarotta. La realtà della prima economia del mondo, in grado di creare ancora enormi opportunità e ricchezza seppur all’interno di gigantesche disuguaglianze e criticità, si trova ovviamente nel mezzo, eppure per l’attuale classe politica è difficile anche solo riconoscerlo. Sulle regole democratiche che sovrintendono alla gestione dei flussi migratori o alle modalità di voto in occasione delle elezioni, durante il discorso sullo Stato dell’Unione è andato in scena uno scontro anch’esso da guerra civile (per fortuna ancora «fredda»).
Questo stato febbrile della democrazia americana dipende anche dalla transizione incompiuta che attraversano i due principali partiti. I Repubblicani sono attualmente al potere, e lo sono stati per cinque degli ultimi nove anni, ma i loro toni restano spesso propagandistici e le loro strategie di fondo volatili; una scelta di campo sarà d’obbligo prima o poi. I Democratici, nonostante ripetuti e inattesi tracolli elettorali, sia nel 2016 sia nel 2024, rimangono del mezzo di una battaglia tra anime troppo diverse tra loro, quella più radicale che attira media e clic (incarnata allo Stato dell’Unione dalle deputate Ilhan Omar e Rashida Tlaib) e quella più centrista (incarnata dalla governatrice Abigail Spanberger che ha tenuto il contro-discorso sullo Stato dell’Unione). L’esito di simili processi contribuirà a decidere la direzione che prenderanno gli Stati Uniti nei prossimi mesi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA