L'Editoriale / Bergamo Città
Lunedì 09 Febbraio 2026
Gli incontri con i malati, una scuola di umanità
IL COMMENTO. Giulia Gabrieli scriveva: «Il fatto è che la gente ha paura della malattia, della sofferenza. Ci sono molti malati che restano soli, tutti i loro amici spariscono, spaventati. Non bisogna avere paura! È proprio questo allontanamento che mette timore a noi malati. Se invece gli altri ci stanno vicino, ci vengono accanto, ci mettono una mano sulla spalla e ci dicono: “Dai che ce la fai!”, è quello che ci dà la forza di andare avanti».
Quando ero bambino spesso la nonna, classe 1913, rimasta vedova di guerra con due bimbi piccoli da crescere, davanti a qualche avanzo di troppo lasciato sul piatto mi ripeteva in dialetto: «Il Signore è sceso da cavallo per raccogliere una briciola di pane». Dove mai lo avesse letto o imparato è rimasto per me un mistero, ma col tempo e soprattutto da quando vivo più a contatto col mondo della cura, ho intuito che la sapienza popolare superava di gran lunga la triste favola di pollicino ed aveva condensato in poche parole l’episodio di San Martino che era sceso da cavallo per dividere il suo matello col povero, quello di Gesù che dopo averlo moltiplicato chiede di raccogliere i frammenti di pane avanzati «perché nulla vada perduto» (Giovanni 6,12), e forse anche quello del buon samaritano, il cui racconto è stato scelto come icona evangelica della XXXIV Giornata mondiale del malato.
Un uomo che è in viaggio sulle strade della vita si imbatte in un’altra umanità che riconosce sorella seppur sfigurata, anzi frantumata dall’esperienza del male e decide di fermarsi a «raccoglierla», facendosene carico. È questo movimento di testa, di mani e di cuore, che permette a quell’uomo «mezzo morto» di non morire del tutto e di tornare invece alla vita. Anche altri stavano camminando per quella stessa strada, ma avevano deciso di «passare oltre». È la tentazione che sempre ci insidia davanti alla sofferenza, forse nascondendoci dietro alla scusa di non avere tempo da perdere e non accorgendoci che invece ciò che perdiamo è la nostra umanità.
Da alcuni anni ne faccio esperienza quasi quotidianamente incontrando tanti fratelli e sorelle che stanno attraversando il tempo della malattia e provando a vivere quel gesto evocato dalla mia nonna, possibile a tutti: fermarsi, rallentare, scendere dalle proprie certezze e comodità e raccogliere briciole: frammenti di vita, di memoria, di desideri, di rimpianti, di legami, di dolori, di speranze, di separazioni, tessere preziose e a volte taglienti da custodire, ricomporre e affidare a Colui che niente perde e tutto salva. Come in questi ultimi mesi con un giovane ventenne che è stato per me l’incontro con un vero testimone di affidamento, di mite sopportazione e di fede. Accoglieva sempre con gioia l’invito a vivere un momento di preghiera e nei passaggi più difficili cercava con lo sguardo il Crocifisso sul muro. I suoi occhi, unico canale di comunicazione rimasto, mi sono entrati dentro, mi hanno misurato, ma anche fatto sorridere e soprattutto mi hanno «insegnato» e sono stati come semi gettati non solo nella mia vita, ma anche in quella di tutte le persone che sono entrate in quella stanza. Lo scorso anno era presente a un corso di esercizi spirituali che avevo guidato, ma in queste ultime settimane è stato lui a salire in cattedra e a dirmi il Vangelo con la sua vita, testimone di quella debolezza che diventa forza misteriosa nell’affidamento fiducioso agli altri e a Dio, che «vince» anche mentre si spegne e che tesse silenziosamente legami di fraternità.
Gli incontri come questi sono una scuola di umanità per tutti e per i cristiani sono incontri con la Pasqua dentro la carne dei fratelli e delle sorelle. Nessuna ricerca o esaltazione del dolore che tutto il personale medico ha cercato prima di guarire e poi di curare fino alla fine con competenza e umanità, ma l a possibilità che la malattia diventi non solo un incidente di percorso, ma un appuntamento con la profondità dell’umano, con la ricerca delle poche cose che contano e che reggono, con il mistero dell’Amore.
La giovane serva di Dio Giulia Gabrieli scriveva: «Il fatto è che la gente ha paura della malattia, della sofferenza. Ci sono molti malati che restano soli, tutti i loro amici spariscono, spaventati. Non bisogna avere paura! È proprio questo allontanamento che mette timore a noi malati. Se invece gli altri ci stanno vicino, ci vengono accanto, ci mettono una mano sulla spalla e ci dicono: “Dai che ce la fai!”, è quello che ci dà la forza di andare avanti».
In questi giorni le nostre comunità sono provocate a riscoprire questa vicinanza che è dono per chi vive la malattia, ma che diventa grazia anche per chi sceglie di non passare oltre, di fermarsi e di scendere da cavallo per raccogliere una briciola di Vita, «perché nulla vada perduto»
*Don Alberto Monaci, direttore Ufficio pastorale della Salute della Diocesi di Bergamo.
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