Governo all’ultimo miglio: politica estera e stagnazione i due fronti caldi per Meloni

ITALIA. È sicura Meloni di farcela a tagliare il traguardo del fine legislatura senza ridursi a un’anatra zoppa? Non le converrebbe, piuttosto, chiudere subito il mandato per limitare i danni?

E infine, è sicura di avere a disposizione tempo e mezzi sufficienti per riguadagnare consenso? Per quanto si mostri determinata a non mollare, il dilemma resta. Non si vedono quali riforme il governo possa attuare per guadagnare in popolarità. Di norma, un esecutivo esegue i suoi interventi più importanti all’inizio della legislatura, in modo da avere il tempo di raccoglierne i frutti in termini di consenso.

Le tre riforme mancate

Il centrodestra aveva scommesso tutto su tre riforme istituzionali: premierato, autonomia differenziata, riforma della giustizia. Nessuna di queste è andata in porto. Peraltro, va detto che con misure di ingegneria istituzionale non si mangia. Giunta all’ultimo miglio della legislatura, Meloni si ritrova così con un orizzonte certo non radioso. La crisi del Golfo di Hormuz ha messo in ginocchio l’economia mondiale. Si prospetta una «stagflazione»: stagnazione più inflazione in un colpo solo. Una prospettiva non rosea per tutti, ma ancora meno per l’Italia, col debito pubblico che si ritrova sul groppone. Oltre all’affanno economico, la premier ha poi una seconda complicazione: il venir meno di quel rapporto privilegiato con Trump, su cui molto aveva puntato per ritagliarsi un ruolo da protagonista in campo internazionale. Il volubile tycoon le ha voltato le spalle e questo le impone di reinventarsi una nuova parte nel concerto europeo. È nei tempi bui - recita un motto - che si vede la qualità del governante. Sono due, come s’è detto, i fronti caldi per Meloni: politica estera e stagnazione economica. Sul primo, l’opposizione ha buon gioco a rinfacciarle le sue amicizie «particolari». L’amicizia con Orban, campione della democrazia illiberale, che anche i suoi cittadini hanno sonoramente bocciato. L’amicizia con Trump, che nell’opinione pubblica si è rivelato il genio del disordine mondiale.

La situazione economica italiana

Ha poi da affrontare la difficile situazione economica. Già prima, su questo fronte non è che l’azione del governo avesse brillato. Qualcosa è stato fatto: taglio del cuneo fiscale, riduzione delle aliquote Irpef per i redditi medi, incentivi alle assunzioni, aumento dell’occupazione. Non è stata affrontata di petto, però, la questione principe: la grande sfida, vitale per l’Italia, di tornare a cresce oltre quel magro zero virgola di quest’ultimo ventennio.

Non tutto il male, però, potrebbe venire per nuocerle. L’uscita di scena di Orban, la rottura consumata da Trump possono trasformarsi per lei in un’opportunità. Una Meloni ripulita dalle scorie del sovranismo illiberale si ritrova tra le mani la carta vincente da giocare: entrare nel cerchio magico degli europeisti e dei «Volenterosi». Quanto sul fronte della crisi energetica, sarà invece per la premier fare quel che non ha avuto la forza - o il coraggio - di fare prima: le riforme che rilancino la produttività dell’economia, unico modo perché migliorino salari e stipendi e il debito pubblico risulti più sopportabile. Certo, lo scenario cambierebbe non di poco se la premier avesse la fortuna di veder riaprire davvero lo Stretto di Hormuz.

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