Groenlandia: Trump, i soldi e cosa vuole quel popolo

MONDO. Non per cento né per duecento… A quanto pare, la sorte di un pezzo d’Europa, la Groenlandia, dovrebbe essere deciso come alle fiere di paese, con un mercanteggiamento fino all’ultimo dollaro.

Così, almeno, sembra pensarla Donald Trump che, dopo aver ribadito l’intenzione di prendersi l’isola e i suoi 50mila abitanti («Ci serve», l’approfondita giustificazione), ha lasciato filtrare le ipotesi di lavoro: appunto comprarla (e per questo il segretario di Stato Marco Rubio la prossima settimana sarà in Danimarca) oppure, in alternativa invaderla.

Dovremmo prestare più attenzione quando il vice-presidente J.D. Vance ci invita a «prendere sul serio ciò che dice Donald Trump». Perché l’idea di prendersi la Groenlandia a prezzi di saldo non è così peregrina. L’isola è parte del regno di Danimarca ma gode di un’ampia autonomia fissata dal Self Government Act del 2009 e che non riguarda solo le questioni «interne». È vero, Difesa e politica estera sono sotto il controllo di Copenhagen ma nel 1985 la Groenlandia ha deciso in autonomia di uscire dalla Cee. L’isola ha un Governo e una vita politica tutti suoi, e i numerosi partiti sono tutti per l’indipendenza: quelli di destra per il «tutta e subito», quelli di sinistra per un processo più graduale.

Il referendum indipendentista

L’ipotesi del referendum indipendentista si è affacciata più volte e una corposa iniezione di dollari potrebbe renderla più concreta. Con il corollario, ovviamente, di una successiva adesione agli Stati Uniti d’America. L’ipotesi dell’occupazione militare pare per fortuna più remota, anche se la timidezza degli europei nel condannare il blitz imperiale contro il Venezuela fa pensare che la resistenza sarebbe scarsa. Diciamo il Venezuela perché dell’autocrate Nicolas Maduro importa poco: quel che conta è che gli Usa si sono accaparrati il controllo delle più vaste riserve petrolifere del mondo e sono in grado di influenzare in misura decisiva il mercato mondiale del petrolio. A fronte di un’Europa che ormai dipende dagli Usa e dai suoi alleati per i rifornimenti energetici.

La petroliera russa abbordata

Europa che non è certo nel cuore di The Donald, che lo dimostra in ogni modo possibile. Un piccolo esempio di queste ore: dell’equipaggio della petroliera Marinera, abbordata nel Nord Atlantico, sono stati liberati i due marinai russi, mentre i venti ucraini e i georgiani sono rimasti agli arresti negli Usa.

Della Groenlandia Trump «ha bisogno» per le stesse ragioni per cui aveva bisogno del Venezuela. A spingerlo è l’ossessione per il declino americano e la convinzione che una spartizione del pianeta in zone d’influenza consentirebbe agli Usa di risalire la china. In Groenlandia la Casa Bianca troverebbe un discreto patrimonio di terre rare, un bastione prezioso di difesa delle comunicazioni strategiche nello spazio e sotto i mari e, infine, un solido presidio sulle rotte marittime dell’Artico, che il cambiamento ambientale rende sempre più percorribili e in effetti a tratti già percorse dai rompighiaccio a propulsione atomica della Russia e dai mercantili della Cina. Una partita fondamentale per gli anni a venire, in cui l’Europa rischia di non toccar palla.

La fine della Nato

C’è la Nato, verrebbe da rispondere. Ma che succederebbe all’Alleanza se il suo Paese più importante e più armato (1000 miliardi di budget per la Difesa nel 2026, 1.500 per il 2027) decidesse di prendersi (a colpi di dollaro o a colpi di fucile) una regione di un altro Paese Nato? Come ha detto la premier danese Mette Frederiksen, sarebbe la fine della Nato. Purtroppo Trump ha già detto la sua anche su questo: senza gli Usa la Nato non fa paura a nessuno. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma nel caso di Trump è solo un lago. Non resta che tenersi forte.

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