I passi avanti fra Trump e Kim

I passi avanti
fra Trump e Kim

Dicono che ora, dopo aver portato per la seconda volta al tavolo delle trattative il leader nordcoreano Kim Jong-un, Donald Trump si aspetti il Nobel per la Pace. È vero, c’è chi l’ha avuto per molto meno. Ma l’idea fa comunque un po’ ridere perché Trump, con tutte le bombe che ha fatto lanciare e le armi che ha venduto in giro, non pare proprio il candidato ideale. E sarebbe meglio, per lui e per noi, attendere l’esito del summit di Hanoi prima di celebrare. Nondimeno, c’è più di una ragione per raccontare con soddisfazione l’avanzata della trattativa diplomatica partita nel giugno scorso e che ha per obiettivo la denuclearizzazione della penisola coreana.

Intanto perché qualche risultato l’ha già prodotto. La Corea del Nord, per dirne uno, ha interrotto gli esperimenti missilistici che inquietavano l’Asia intera, a partire dal Giappone che, proprio in virtù del «rischio Kim», ha modificato la Costituzione pacifista per potersi riarmare. Secondo: i rapporti tra le due Coree si sono ammorbiditi e intensificati, tanto che Kim e il presidente sudcoreano Moon Jae-in (lui sì, pacifista) si sono già incontrati tre volte, mentre un quarto incontro è previsto per ottobre a Seul, capitale del Sud, dove per la prima volta approderebbe un leader della Corea del Nord. Terzo: in ogni caso, la Corea del Nord si è riavvicinata al resto della comunità internazionale, il che è sempre meglio di com’era prima. Gli esperti, che vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto, diranno che di concreto finora c’è poco. L’arsenale nucleare della Corea del Nord è sempre là, non ancora smantellato. Le truppe americane sono sempre di stanza in Corea del Sud. E le sanzioni economiche contro la Corea del Nord, sia quelle degli Usa sia quelle dell’Onu, sono sempre in vigore. Cosa che non invoglia la Corea del Nord a disarmare, visto che le notizie sull’Iraq e sulla Libia sono arrivate anche là. Ma se la Corea non disarma gli Usa non smettono di minacciarla, e così via, in una perenne ripartenza dal via.

Che pochi incontri al vertice potessero cancellare due anni (1948-1950) di guerra diretta tra le due Coree, tre anni (1950-1953) di guerra mondiale mascherata in cui gli americani persero 480 mila uomini, i cinesi 780 mila e i russi quasi 30 mila e decenni di guerra fredda e minacce reciproche, è cosa che può pensare, appunto, solo un esperto. La politica internazionale ha tempi e modi diversi, non è un laboratorio o una fabbrica e risponde al principio generale che dice: finché i leader si parlano gli eserciti non si sparano. Dovremmo ricordarcelo, visto che la primavera scorsa, quando Trump e Kim si insultavano a distanza, i giornali di tutto il mondo erano pieni di allarmi su una nuova guerra in Asia, forse persino nucleare. In più, andrebbe considerato il ruolo e il peso del convitato di pietra di questo summit di Hanoi: la Cina. La Corea del Nord è sopravvissuta finora alle follie della propria dirigenza grazie al sostegno di Pechino. Chi regge le sorti del colosso cinese, però, è tutt’altro che cieco e men che meno stupido.

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