I piccoli comuni, costruire concretezza

ITALIA. «I nostri cittadini sanno dove beviamo il caffè, dove facciamo benzina», sorride a un certo punto Roberto Pella – vicepresidente Anci, parlamentare, ma pure «mini-sindaco» nel Biellese – dal palco romano degli Stati generali dei piccoli Comuni.

A suo modo, è la chiave di tutto. Nei paesini, chi amministra ha una responsabilità concreta che gli viene ricordata persino all’ingresso al bar: pure per ciò che non è di competenza stretta del Comune, perché lì il municipio è davvero il primo, spesso unico, riferimento. In Bergamasca – 168 Comuni sotto i cinquemila abitanti – lo sappiamo bene.

E infatti, nella due giorni romana, la parola d’ordine è «concretezza». Alcuni sindaci raccontano di fare in qualche misura anche l’impiegato comunale, il responsabile dell’ufficio tecnico, lo stradino. Le chiacchiere in platea parlano del postino che non può cambiare ogni tre mesi, della scuola che deve sperare in qualche nato in più, dell’ingegnere che non si trova perché lavorare nel privato rende di più e porta spesso meno grattacapi, di minori in comunità che è giusto e necessario aiutare, ma i cui costi da soli possono contribuire a mettere in bilico un bilancio. E così questa realtà di mini e micro-centri, che a volte si racconta anche per tratti un po’ curiosi, al limite dell’aneddoto, riunita nella Capitale in orgogliosa fascia tricolore si mostra compatta per quel che è: carne viva del Paese, il 70% dei Comuni, il 55% del territorio, un cittadino su sei (che in Bergamasca diventa uno su tre).

L’altra faccia di una politica che a volte ci appare presa da scontri tra fazioni, da polemiche con toni che vanno anche decisamente fuori misura. Mentre qui il punto è trovare risposte, soluzioni, costruire concretezza. Non certo a caccia di «poltrone»: se negli ultimi anni si è visto almeno qualche adeguamento delle indennità, molti primi cittadini raccontano come, nei piccoli municipi, gli assessori lavorino per cifre pressoché irrisorie, per non parlare dei consiglieri comunali che portano a casa al massimo i gettoni di presenza. Un’attività che spesso sconfina nel volontariato, ma che davvero offre una visione a 360 gradi sul territorio, i suoi bisogni, le sue fatiche.

Hanno incassato tanti complimenti ieri i piccoli sindaci, dal ministro Zangrillo che li ha definiti «veri civil servant» al sindaco di Roma Roberto Gualtieri che ha osservato come i sindaci dei piccoli Comuni conoscano «in profondità alcuni dei grandi nodi strutturali del Paese: l’invecchiamento della popolazione, lo spopolamento, la riduzione dei servizi essenziali». Anche per questo, la voglia di farsi ascoltare che si percepiva tra i padiglioni della «Nuvola» di Fuksas non va fatta cadere: dentro i piccoli municipi, accanto agli affanni e alla rincorsa di sfide quotidiane, c’è tanta competenza preziosa.

Che certo deve trovare modi più efficaci di farsi «massa critica»: negli anni la consapevolezza è cresciuta, ma si può fare di più. Oggi in Lombardia i piccoli Comuni raccolti in Unioni sono l’11,5% del totale, mentre quasi un municipio su due (44,6%) ha attiva almeno una convenzione con altri su funzioni che vanno dall’area amministrativa alla Polizia locale. Primi tentativi prendono forma anche nel condividere la pianificazione urbanistica, mentre sul sociale da noi è ormai radicata l’esperienza degli ambiti. Sempre più occorrerà sforzarsi di far squadra, a fronte di una sfida demografica che mette a rischio servizi e futuro, di risorse umane e finanziarie sempre all’osso, e della necessità di ottenere ascolto dagli enti superiori. I sindaci riuniti a Roma, oltre a incarnare «l’altro volto» della politica, hanno mostrato di volerci credere, di sapere di cosa parlano e di essere capaci di mettere nero su bianco proposte concrete. Che ora aspettano risposte.

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