Il governo di Draghi. La divisione dei destini e i benefici da misurare

Il governo di Draghi. La divisione dei destini e i benefici da misurare

In passato il governo dei «tecnici» rappresentava una semplice parentesi della vita parlamentare. Non sembra proprio che sia questo il caso del governo di Draghi. La sua investitura alla guida del governo non è maturata per far decantare una situazione politica intricata (come Ciampi nel 1993 o Dini nel 1995) e nemmeno per predisporre, in una situazione di emergenza, misure di salvaguardia della finanza nazionale ormai sull’orlo di un baratro (come Monti nel 2012). Al Super-Mario il presidente della Repubblica si è rivolto per formare un esecutivo «di alto profilo» in un frangente in cui i partiti, tutti, accusano una grande impotenza. Incapaci di scongiurare, nell’immediato la perdita del sostegno finanziario dell’Ue, in prospettiva un declino senza ritorno della nostra economia.

Le forti potenzialità politiche dell’operazione si sono subito espresse. Non vanno individuate - come ci si è attardati a fare - nel peso riconquistato dai partiti all’interno della compagine governativa in posti di ministro e di sottosegretario. Chi si concentra su questo dato guarda il dito e non vede la luna. Gli sfugge il terremoto che sta scompaginando assetti, strategie, persino l’identità dei partiti.

È bastata la chiamata al «senso di responsabilità» da parte del capo dello Stato per far franare la vantata unità del centrodestra. Il diverso comportamento adottato da Fi e Lega da una parte e da Fd’I dall’altra nei confronti del nuovo governo non è una semplice divisione dei compiti tra alleati che preveda di procedere separati per colpire uniti. Al contrario, ha tutte le sembianze di una divisione dei destini. Salvini ha deciso di abbracciare l’europeismo, non perché folgorato sulla via di Damasco, ma per corrispondere alle aspettative dalla sua base elettorale: i ceti produttivi del Nord. Questi non vogliono neppur sentir parlare di scontro con l’Europa, il loro più importante mercato di riferimento. C’è da aspettarsi perciò che non basterà la possibile erosione elettorale della Lega da parte della Meloni a far tornare Salvini sui suoi passi. Molto più probabile che ognuno proceda per la propria strada.

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