Il lavoro tiene, ma l’appeal dei giovani cambia tutto

IL COMMENTO. La parola d’ordine ormai è «intercettare». Si, perché in un contesto tutto sommato ancora positivo, il mercato del lavoro e le aziende fanno i conti, ormai da mesi (se non da anni) con un nuovo modo di concepire l’essere occupati. Posto fisso? Non basta più. Stipendio buono? Va bene, ma c’è anche altro.

La rivoluzione dei giovani che qualcuno ha già definito «incontentabili» rispetto ai vecchi canoni, ma che molto semplicemente sta «solo» cambiando le regole del gioco, arriva dall’America, è legata alle conseguenze del post-Covid, ma definirla un semplice effetto dovuto alla pandemia, sarebbe semplicistico e riduttivo. Intanto se guardiamo il quadro generale, espresso dai numeri incrociati forniti dall’Osservatorio provinciale del Mercato del Lavoro e da una ricerca Amazon sul futuro del lavoro presentata ieri a Casirate, il quadro resta buono: 7.571 le posizioni di lavoro dipendenti in più risultante dal saldo contrattuale tra assunzioni e cessazioni nei primi nove mesi dell’anno, ma il fatto nuovo è che le assunzioni rallentano, molto più delle cessazioni. Tra queste ultime, fa notare l’Osservatorio, rimane sempre alto, rispetto a un passato anche recente, il numero di dimissioni volontarie.

Da qui, la necessità, da parte delle aziende, di «ripensare» il loro modo di essere attrattive. La ricerca Amazon ci fa capire che, a tal proposito, gli investimenti che mettono al centro le persone e il loro benessere sono quelli che generano sempre il risultato migliore sul lungo periodo. E cita due dati: il 76% dei dipendenti del colosso della logistica apprezza del proprio posto di lavoro la formazione e la crescita professionale, e il 64% di loro si ritiene soddisfatto della retribuzione e dei benefit. Una volta non sarebbe successo: non trent’anni fa, anche solo 5-10 anni fa, la maggioranza dei lavoratori ambiva soprattutto a un salario maggiore e nei vari sondaggi non risparmiava critiche o accuse al sistema (o direttamente alla propria fonte di lavoro) per uno stipendio che quasi sempre non soddisfava le sue reali aspirazioni o non rendeva giustizia, a detta dell’interessato, circa il reale impegno del dipendente. In fondo era un’equazione elementare, basica: bastava soddisfare quel tipo di aspirazione economica e gran parte delle altre rivendicazioni passavano quasi sempre in secondo piano.

Ora il quadro è molto più complesso e chi mastica di economia ogni giorno se ne è accorto da un pezzo. Basta andare a vedere le rivendicazioni dei contratti integrativi, della meccanica, ma anche del tessile o del terziario. Un tempo le piattaforme legate alle rivendicazioni sindacali puntavano tutto o quasi sugli aumenti salariali, anche se ciò poteva comportare turni supplementari, straordinari in quantità o sabati lavorativi. Ora non più. A guidare il «barometro» dei desiderata, per un aspirante giovane lavoratore, non c’è più la parola «denaro», ma la parola «tempo». Le nuove generazioni chiedono più qualità della vita, più smart working e un welfare spalmato su tante voci: dagli asili nido per i figli, alle palestre, alle prestazioni sanitarie. E i dati Ipsos per la ricerca Amazon rilevano che il 54% degli intervistati chiede più conciliazione tra vita e lavoro. Ma l’aspetto davvero cruciale è il modo stesso di concepire il lavoro, che dev’essere appagante, gratificante.

Altrimenti si è disposti a dare un taglio netto, licenziarsi, cambiare obiettivo, paradigma quasi inconcepibile per un giovane di 20 anni fa, non parliamo poi degli anni Sessanta o Settanta del secolo scorso, dove imperava l’obiettivo posto fisso, alias sicuro. In Lombardia comunque il quadro è ancora molto positivo se, come recita la ricerca Amazon, quasi 9 persone su 10 sono soddisfatte del proprio lavoro. Il problema è che la stessa ricerca evidenzia come, per il 62% degli intervistati le condizioni siano peggiorate negli ultimi anni. È questo malessere, neanche più strisciante, ma sempre più palese, a dover far interrogare la nostra futura classe dirigente. Prima che non si verifichi un vero e proprio corto circuito.

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