Il no vaticano al Board of peace chiude a idee imperiali

MONDO. L’irritazione della Casa Bianca per il no di Papa Leone al Board of peace di Donald Trump è la misura politica e simbolica della distanza che oggi divide Washington e il Vaticano.

Ma è anche la conferma della saggezza della diplomazia della Santa Sede, che non intende mettere piede in alcuno spazio definito da uno schema imperiale, modellato su una leadership personale trionfalistica e un filino anche arrogante. Le parole ferme del Cardinale Pietro Parolin sono suonate alla Casa Bianca come una sconfessione, la più importante e anche la più temuta. Parolin ha scavalcato la linea della cautela e il no deciso al Board si tramuta in un avvertimento allo sceriffo del mondo e ai suoi fedeli scudieri a non sbaragliare le Nazioni Unite con un Board che garantirà il disordine mondiale, cambiando i paradigmi delle relazioni internazionali.

L’unico arbitro globale il Palazzo di Vetro

Ciò che teme la Santa Sede è la certificazione dello scontro e una diplomazia ridotta, per usare le parole di Bergoglio alla Fao nel 2016, a «esercizio sterile per giustificare egoismi e inattività». L’unico arbitro globale è il Palazzo di Vetro. Parolin dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca lo invitò a mostrare saggezza, auguri prudenti che il Presidente ha scansato. Pensava che con il Papa americano anche il Vangelo diventasse americano, secondo la riproposizione di uno schema neo-costantiniano, intrepretato dal nuovo imperatore globale con l’astuzia di chi osserva, reprime e incassa?

Evidentemente la Santa Sede non poteva entrare in un processo del genere, che confina ogni spazio di manovra solo sul ristretto e angusto confronto bilaterale e alla logica del rapporto personale con l’imperatore, maestro esclusivo di civiltà, circondato da pochi volonterosi autorizzati per pedigree ideologico o patrimoniale. Il Vaticano ha impiegato un decennio dopo la Seconda Guerra mondiale a prendere confidenza con il multilateralismo. Pacelli riteneva l’Onu una tribuna utile, ma al tempo stesso modello inefficace per la difesa di un ordine mondiale che per lui coincideva con la diffusione dei valori cristiani, visione neoguelfa con Roma cristiana capitale delle Nazioni a garanzia della pace. Sarà Roncalli nella «Pacem in terris» a cambiare prospettiva citando l’Onu per la prima volta come istituzione sovranazionale in grado di costruire l’amicizia tra i popoli, libera da protagonismi personali. Nella «Pacem in terris» Papa Giovanni scriverà di «nobilità» circa i compiti delle Nazioni Unite, secondo lo schema della comunità tra Nazioni e del multilateralismo come strategia per affrontare i problemi.

Le relazioni tra Vaticano e Onu

Montini certifica la scelta di Roncalli con il memorabile viaggio all’Onu nel 1964, oltre 2.000 delegati ad ascoltarlo, 3.000 giornalisti a riferirne. Dalla tribuna dice «sono uno di voi» e non un maestro e spiega che la Chiesa è solo esperta di umanità. Da allora la Santa Sede è solo andata avanti su questa strada, sottraendo tutte le volte che le è stato possibile argomenti alla logica degli imperi, anche contro l’Onu, dissociandosi con Giovanni Paolo II dalla guerra giusta contro Saddam, dalla dottrina Bush della «pax americana», dalla certificazione della sola responsabilità Usa nella governance del mondo, esattamente come ha fatto Parolin con il Board alternativo di Donald Trump. Per Wojtyla l’Onu aveva il «preciso obbligo morale e politico» di funzionare bene, custode del diritto internazionale, tempio della «teologia delle Nazioni» e «famiglia di popoli» che hanno un bene comune «universale», la vita da proteggere. Sarà Ratzinger nel 2008 ha elaborare davanti all’Assemblea del Palazzo di vetro il concetto di «responsabilità di proteggere» indicando alle Nazioni Unite una via dalla quale non si può tornare indietro. E poi Francesco con la diplomazia della misericordia, la Chiesa autorità morale e il Papa leader globale senza interessi da difendere, a mettere il sigillo perfetto e definitivo sul dialogo multilaterale come sola opportunità strategica di fratellanza tra i popoli. La saggezza millenaria della Chiesa e quel Vangelo di tutti, indisponibile a recinti ideologici, ha portato all’elaborazione dell’idea dell’Onu indispensabile, quella che Parolin ha difeso con il no al Board dei volonterosi, piccoli imperatori globali e locali.

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