Il referendum Rischio pasticcio

Il referendum
Rischio pasticcio

Con la frase di rito («Un test locale»), Conte cerca di blindare il governo dagli effetti del risiko elettorale del 20 settembre: il voto in 6 Regioni (più Valle d’Aosta) e il referendum senza quorum sul taglio dei parlamentari (da 630 a 400 deputati, da 315 a 200 senatori). Il premier tenta di mettere al riparo l’esecutivo dai rischi del dopo urne. Che incrociano un rebus pieno di trappole: il controverso nodo del Mes (il fondo per la sanità), il varo del Recovery plan, l’impostazione della legge di bilancio, i costi sociali ed economici della pandemia. L’election day e l’esaurirsi dell’Italia balneare coincidono soprattutto con due incognite serie per il Sistema Paese: la recrudescenza dei contagi, rilanciata dall’indisciplina dei vacanzieri nel fai-da-te sui singoli territori, e la ripresa delle scuole.

Il rientro in aula è (letteralmente) il banco di prova per eccellenza: se qualcosa non torna, se il banco salta, salta pure l’impianto concettuale ed operativo, dato che il governo ha investito in modo totale credibilità ed efficacia sul ritorno delle lezioni in presenza. Gli esami politici, quindi, acquistano un peso specifico superiore alla loro natura perché condizionati dal contesto. Non decollata l’intesa Cinquestelle-Pd, tranne a Genova, e con i renziani battitori liberi, la maggioranza, a differenza del centrodestra, va al voto divisa. C’è di più. I grillini sono nel pieno di una crisi d’identità, nel doppio registro fra evoluzione verso la forma partito ed involuzione populista delle origini. I dem non sanno di che pasta sia fatto il partito, come far sintesi fra le tante anime, inseguiti da accuse ricorrenti: il trasformismo (vedi il referendum), la subalternità ai grillini, insomma un governismo a tutti i costi che copre vecchie e nuove contraddizioni. Il centrosinistra non tocca palla in Veneto, la Liguria è quasi persa, la Toscana rossa è diventata contendibile.

La partita si gioca nelle Marche e soprattutto nella Puglia di Emiliano, il governatore fra i meno allineati al Pd e il più grillino. Cercare un equilibrio fra i numeri, contenere i danni, portare a casa qualcosa. Anche Salvini va incontro a qualche insidia: nei rapporti di forza con la Meloni e in casa propria. Il problema di Salvini si chiama Zaia, avviato ad un successo personale senza precedenti. Un sondaggio pubblicato domenica dal «Sole 24 Ore» stima il centrodestra del governatore uscente al 74% grazie ai consensi trasversali in arrivo pure da dem e Cinquestelle. Il leader della Lega nazionalista dovrà ingoiare il rospo in un sistema elettorale che prevede il voto disgiunto. E cioè: la lista «Zaia presidente» è valutata al 33,6% (il 23,1% nel 2015) contro il 26,8% della «Lega per Salvini premier». Il voto per Zaia è maggioritario in tutte le categorie socio-professionali con una punta del 92% tra gli operai. Per quanto le due Leghe siano funzionali al progetto comune, l’una sorregge l’altra, appare visibile un confronto tutto interno e che supera i confini regionali. In campo due programmi distinti: l’autonomismo pragmatico del pigliatutto Zaia e il nazionalpopulismo di Salvini che, a un anno dal Papeete, non solo è in arretramento ma appare sfasato rispetto all’era Covid. La prospettiva di una competizione per la leadership nazionale diventerà concreta, al di là dei sussurri di queste settimane e delle smentite degli interessati? Complicato, se non confuso, anche il quadro referendario, la bandiera identitaria dei grillini, che nasce dal retroterra anticasta. Un progetto monco, un taglio lineare svincolato da una riforma complessiva, a partire da una nuova legge elettorale proporzionale che pure fa parte del programma del Conte II. In attesa di una posizione ufficiale, il Pd coltiva Sì e No. A destra anche Forza Italia è divisa. Qualche voce dissonante rispetto al No persino fra grillini e leghisti. Il merito, come sempre, conta fino ad un certo punto e non è materia che scaldi i sentimenti, anche se la questione dei costi della politica sia sentita da un gran numero di cittadini. E infatti la sforbiciata ai parlamentari è in agenda da una trentina d’anni. Il nocciolo della questione visto da chi non appartiene al fronte populista può essere riassunto in questi termini: come bocciare un’iniziativa demagogica, un salto nel buio, senza passare per difensori della cosiddetta casta, o come sterilizzare l’oggetto del referendum per renderlo ragionevolmente praticabile e riformista, senza essere preso per populista. Il No ritiene che il rattoppo sia peggiore del buco e che la difesa dello status quo eviti al Paese guai seri: per battere i populisti, la prima cosa da fare è non rincorrerli. Il Sì pensa invece che potrebbe essere un primo passo, che il gioco valga la candela, che l’antipolitica cresca quando la politica promette da anni cose che non mantiene. Nel nostro caso: superamento del bicameralismo paritario, semplificazione legislativa, legge elettorale conseguente, tutti strumenti previsti dal referendum costituzionale bocciato nel 2016. Il referendum impone scelte secche e preclude scorciatoie: tenere insieme gli opposti per precostituirsi una via d’uscita, non scontentare i grillini senza creare un dispiacere ai virtuosi della Costituzione diventa un equilibrismo difficile da realizzare e da capire. Le scelte politiche non sono beni fungibili, sempre e comunque sostituibili. Il rischio è un pasticcio, meglio saperlo prima.

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