Il rispetto aggiuntivo per una data fondativa

MONDO. Il 25 Aprile è un giorno lungo 81 anni che, più di sempre, s’intreccia con il 2 giugno, la Festa della Repubblica che compie 80 anni. Due date, un legame politico e sentimentale indissolubile: quello di una storia comune.

Ci dicono chi siamo e da dove veniamo. Democratici in quanto antifascisti, e c’è andata bene, così come il dopo. La Liberazione intesa in senso proprio: data fondativa del Paese, base morale della democrazia. Come sempre, la linea è stata dettata dal presidente Mattarella, una posizione che vale per tutti gli italiani e - come ha notato qualche scrupoloso commentatore - chiunque abbia responsabilità pubbliche e di governo non può starne fuori. Vale a maggior ragione oggi, perché il 25 Aprile cade in un tempo di guerra. Da sempre ci si chiede in che misura e in che termini, in un mondo cambiato, i valori della Resistenza possano plasmare la realtà che viviamo. Quali siano le parole più adatte e contemporanee a rendere esigibili gli ideali della Resistenza. Per quanto, strada facendo, il quadro internazionale e interno ne abbiano condizionato l’approccio e la competizione della memoria, la ricorrenza di quest’anno assume un senso più ampio. Anche per questo andrebbe accompagnata da un rispetto aggiuntivo. Il contesto mondiale è drammatico: conflitti armati, leader autoritari anche dove sarebbe stato lecito non trovarli, disprezzo del diritto internazionale, lessico indegno, radicalismi di varia natura dal preoccupante vigore, a cominciare dall’estrema destra. L’ispirazione che ha guidato la meglio gioventù di allora è chiamata a un nuovo impegno, come da monito quirinalizio: proprio quello che è stato un riscatto civile va ripreso per contrastare la legge del più forte, perché libertà e pace non sono elementi acquisiti per sempre.

Da sempre ci si chiede in che misura e in che termini, in un mondo cambiato, i valori della Resistenza possano plasmare la realtà che viviamo

Attenzione, dunque: le democrazie sono una costruzione umana, non esistono in natura. Paradossalmente vengono criticate dove ci sono e auspicate dove mancano. I guastatori lavorano all’interno, utilizzando gli strumenti stessi del sistema democratico. Ecco che l’identificazione della Resistenza come riscatto civile, tema un po’ sottostimato dalla storiografia, rimanda a quel giacimento comune formatosi, con il sacrificio della vita, tra primo antifascismo, lotta partigiana, Costituzione. Tutto si tiene nel cammino della cittadinanza. La ribellione del ’43-’45 è stata plurale nell’azione e nella visione politico-ideologica: all’eroismo delle formazioni partigiane e al sacrificio dei soldati che rifiutarono di obbedire ai nazisti s’è affiancata quella solidarietà molecolare e spontanea verso gli ebrei e gli sfollati, la collaborazione silenziosa e attiva con gli antifascisti militanti. Un Paese che ha sofferto mesi terribili di dolore e fame, ma che in quella prova ha composto una identità democratica. Spezzoni di vita quotidiana che smentiscono l’idea revisionista che vorrebbe la maggioranza degli italiani «attendista», estranea ad un destino comune.

L’ispirazione che ha guidato la meglio gioventù di allora è chiamata a un nuovo impegno, come da monito quirinalizio: proprio quello che è stato un riscatto civile va ripreso per contrastare la legge del più forte, perché libertà e pace non sono elementi acquisiti per sempre

È proprio l’insieme di questi elementi - ha scritto lo storico Pietro Scoppola - ad aver costituito una «riserva morale radicalmente alternativa» all’ideologia fascista, consentendo una rinascita fondata sul valore della persona umana. L’esperienza delle armi convive con quella condivisione diffusa, anche religiosa, e che hanno costituito il presupposto di una consapevolezza collettiva: due dimensioni entrambe necessarie. Agganciarsi a quella trama umanistica, alla pregiudiziale ricostruttiva, significa osservare la fase resistenziale come «rivoluzione morale»: opposizione a qualsiasi forma di oppressione sull’uomo e rivolta della coscienza contro la violenza di quegli anni. Questa interpretazione ha in sé l’idea di una continuità nella lotta contro tutti i totalitarismi e ci conduce all’oggi. Il «patriottismo costituzionale» di Mattarella ha quindi una valenza inclusiva. Nel momento, però, in cui si appella all’impegno di tutti, chiede anche il dovere di esserci. Il 25 Aprile ha unito e diviso, inevitabilmente piegato alla contingenza politica. Nella Prima Repubblica, tuttavia, nonostante lo scontro ideologico della Guerra fredda, permaneva un’intesa di fondo sui principi fondamentali. Dagli anni ’90 la tensione emotiva s’è scolorita, il giorno primario del calendario civile è stato un po’ banalizzato, anche per la relativa affermazione di un certo revisionismo storico. Il rischio è rimuovere la questione essenziale: l’antifascismo come passione popolare e della Repubblica, che dovrebbe riunire tutti gli italiani. Un bene da custodire.

In questi giorni il presidente del Senato, La Russa, che è la seconda carica dello Stato, ha riproposto le sue discusse posizioni che non ci pare coincidano con il «sentiment» della società. Noi preferiamo le parole, chiare e senza tempo, del ricostruttore De Gasperi, dette nel giugno 1950: «Non si può superare lo “spirito armistiziale” seppellendo semplicemente il passato per non parlarne. Seppellire il passato nel senso della pacificazione, di non cercare tutti gli elementi di contrasto e di non farli rivivere per rendere possibile una collaborazione nazionale, una ricostituzione dell’unità morale del Paese, questo è giusto, è doveroso per un governo. Ma non parlare del passato o velare gli errori passati, questo è anche un metodo antipedagogico, un metodo pericolosissimo per la gioventù».

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