In Italia lavorare meglio, non meno

ITALIA. Ricorrono quest’anno gli 80 anni della Repubblica italiana. La Costituzione recita all’articolo 1 che l’Italia è una «Repubblica democratica fondata sul lavoro».

È una formula che ripetiamo spesso, ma su cui riflettiamo poco: «fondata sul lavoro» non è uno slogan identitario, è la chiave di volta del nostro patto civile. Significa che il lavoro (per come è organizzato, retribuito, riconosciuto) non riguarda solo l’economia: riguarda la dignità delle persone, la coesione sociale, la possibilità di progettare il futuro. Proprio per questo, di fronte ai cambiamenti economici e sociali degli ultimi anni, e in un anniversario così simbolico, vale la pena fermarsi e ragionare su che cosa voglia dire oggi essere «fondati sul lavoro».

Quattro caratteristiche del nostro tempo

Provo a richiamare quattro fattori che descrivono bene il nostro tempo. Primo: una crescita del Pil modesta e una demografia schiacciata da bassissima natalità e forte invecchiamento. Secondo: una produttività che fatica ad aumentare, e che finisce per limitare anche la crescita del Pil, persino quando sale l’occupazione come in questi ultimi anni. Terzo: la diffusione di tecnologie sempre più «labour saving», capaci cioè di ridurre il fabbisogno di lavoro tradizionale. Quarto: salari che non riescono a crescere e a tenere il passo dell’inflazione, alimentando una sensazione diffusa di fatica e di immobilità.

Lavoro e progresso

Le ragioni di questa situazione sono complesse, ma c’è un punto su cui riflettiamo poco, o meglio su cui continuiamo ad avere un approccio in qualche modo «novecentesco»: l’idea che l’obiettivo naturale del progresso sia sempre «lavorare meno». È un’aspirazione comprensibile e, in fondo, giusta: se tecnologia e organizzazione migliorano, è ragionevole desiderare di ridurre l’orario, liberando tempo per la famiglia, la cura, la formazione, la vita sociale, la cultura, il riposo.

Il valore della produttività

Il problema, tuttavia, oggi è un altro: nelle condizioni attuali, «lavorare meno» rischia di trasformarsi facilmente in un sacrificio monetario senza miglioramenti sugli altri aspetti. Se la produttività non cresce abbastanza e i salari ristagnano, la riduzione dell’orario può diventare un lusso per pochi o un costo scaricato sui più fragili. In questo scenario, il tempo che si libera non è «tempo buono». È spesso tempo riempito da attività passive, non da possibilità reali di crescita personale e sociale, con in più un portafoglio più leggero.

La via verso un lavoro migliore

Ecco perché, la domanda decisiva per i prossimi anni dovrebbe essere: sappiamo «lavorare meglio»? «Lavorare meglio» significa molte cose concrete: un ambiente sereno e motivante, investire in formazione continua e in capacità di adattamento, perché i cambiamenti non sono un’eccezione: sono la regola. Significa accessibilità ragionevole ai luoghi di lavoro: quanto tempo - e quanta energia - bruciamo ogni giorno in spostamenti che sottraggono vita e concentrazione? Significa orientamento all’obiettivo ma non ansia. Significa flessibilità di orario e, quando possibile, di luogo. Significa sicurezza e fiducia nel futuro.

In sintesi, concentriamoci sul miglioramento qualitativo del lavoro, non sulla sua semplice riduzione. Se arriverà una nuova stagione in cui si lavorerà ancora meno ore, dovrà essere il frutto di un miglioramento anche qualitativo e di salari adeguati. Solo così il «tempo liberato» sarà davvero «tempo buono». E se, per paradosso, lavorare meglio significherà anche lavorare un po’ di più sarà perché si è trovato un nuovo equilibrio accettabile e dignitoso.

Se l’Italia è fondata sul lavoro, e se crediamo ancora fino in fondo al dettato costituzionale, allora il compito dei prossimi anni è chiaro: costruire le condizioni perché si lavori prima di tutto meglio. Non necessariamente di meno, almeno non subito e non a qualunque prezzo.

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