La Cina frena e cerca altre vie

l Pil crescerà in Cina del 5,35% secondo l’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) con sede a Parigi.

Ma la proiezione per il 2024 è in calo al 5,14%. Se riferiti all’Italia o all’Europa sarebbe un grande successo ma per il colosso asiatico di 1,4 miliardi di abitanti sono i segni di una crisi. Non stupisce quindi che le esportazioni cinesi siano calate a maggio del 7,5% rispetto allo scorso anno. L’export è la chiave di volta dello sviluppo cinese. Dal suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, la Cina è passata da un Prodotto interno lordo di 1.339 miliardi di dollari a 15mila miliardi di dollari del 2021. L’apertura delle frontiere ai prodotti cinesi doveva essere legata al rispetto di alcune regole: niente furto di brevetti, no a politica di concorrenza discriminatoria. Sappiamo com’è andata. Una concorrenza fatta di aiuti di Stato e di bassi prezzi senza il rispetto delle norme che invece vincolano le imprese europee, ha di fatto portato ad una presenza invasiva. L’Occidente ha tollerato perché sul piano economico risultava vantaggiosa anche per i consumatori.

Il risultato è stato però che migliaia di imprese europee sono uscite di mercato ed un intero strato sociale, la cosiddetta classe media, si è impoverito. E questo mentre in Cina circa 800 milioni di cittadini non solo uscivano dallo stato di povertà ma raggiungevano punte di benessere mai viste in passato. Certo la concorrenza sleale ha giocato la sua parte ma il fatto che non si sia mai giunti a catechizzare da parte occidentale questo squilibrio induce a pensare che vi sia stata una mancanza di lungimiranza. Troppi i vantaggi per la finanza e l’industria per rinunciare al gigantesco mercato cinese. Quei milioni di consumatori della Repubblica popolare di Xi Jin Ping che conoscevano il benessere per la prima volta erano poi quelli che acquistavano auto tedesche e beni di lusso e di consumo occidentali. Si chiama economicismo ed è l’estremismo delle società opulente. Incapaci di guardare se non al vantaggio immediato hanno fatto della Cina una potenza mondiale che ora faticano a contenere.

La Germania in questa corsa alla globalizzazione è il Paese che in Occidente ha più guadagnato. A Berlino hanno accarezzato l’idea di svincolarsi dalla tutela americana e raggiungere con il gas russo a prezzo conveniente e l’import -export con la Cina l’egemonia in Europa e con essa l’autonomia economica nel mondo. Ancora adesso più della metà delle imprese tedesche pensa in futuro di investire nella Repubblica popolare ma l’anno scorso la percentuale era al 70%. Il problema di fondo resta come i dirigenti cinesi intendano fronteggiare la crisi. È un fatto che il debito pubblico aggregato si aggira sul 100% del Pil e soprattutto le entità pubbliche locali si trovano a dover sostenere spese di interessi per servire il debito del 10%. In passato il governo cinese ha sempre rilanciato con massicci interventi pubblici nell’economia. Aiuti che aiutavano le imprese ad operare all’estero in regime di dumping e quindi ad accrescere la loro presenza sui mercati internazionali. Ma il forte indebitamento induce i governanti ad essere cauti con il supporto fiscale. Se la politica di bilancio resta su questi binari, l’economia cinese dovrà fare affidamento sui consumi interni. Che però finora non sono bastati a dare uno slancio sufficiente alla ripresa.

Se la condizione economica interna crea malumori e disoccupazione soprattutto tra i giovani non resta che il nazionalismo come compensazione emotiva. Ed è quello che sta accadendo con la crisi di Taiwan portata agli estremi anche per dare senso di appartenenza a chi lasciato ai margini dello sviluppo può essere tentato di dubitare della forza dello Stato e del partito.

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