La partita
del Quirinale
e le variabili
esterne

La corsa per il Quirinale, che inizia a metà gennaio, incrocia una serie di variabili nazionali ed estere: alcune ad impatto diretto, altre formano il clima esterno, il «sottosuolo» umorale dei partiti. Prima di tutto, varianti Covid a parte, c’è da mettere in sicurezza la legge di bilancio, e qui i conti vanno armonizzati con gli spigoli dei partiti e anche, come s’è visto dal taglio delle tasse per il ceto medio, con le parti sociali. Poi, entro fine anno, occorre accelerare le riforme imposte dall’Europa.

La credibilità di Draghi ha garantito la sfida, pur ricordando che il 60% dei fondi Ue è a prestito e che, essendo l’Italia la nazione destinataria favorita, ha una responsabilità più degli altri partner: dimostrare che l’aver messo in soffitta il concetto di austerità espansiva, alla base negli anni scorsi della politica economica in Europa, può incentivare il benessere collettivo.

La domanda è: la massa monetaria posta in circolazione dalle banche centrali è destinata a infrangersi sugli scogli dell’inflazione? Un nemico subdolo fra rincari delle materie prime, colli di bottiglia nelle filiere di approvvigionamento, scarsità di manodopera. L’ultimo bollettino della Banca centrale europea dice che i maggiori operatori si aspettano aumenti dei prezzi più duraturi del previsto. Dopo che noi avremo il nuovo presidente della Repubblica, la Bce a marzo dovrebbe sospendere il programma d’acquisto dei titoli pubblici che ha permesso all’Italia di mantenere molto basso il costo di un debito che invece ha raggiunto livelli storici.

Nei prossimi mesi la grande economia internazionale potrebbe così entrare in un’inversione storica meno accomodante del ciclo finanziario, finora iper-espansivo. Per il momento in Italia la ripresa, netta, c’è. La manifattura ha recuperato lo choc della pandemia, meglio che in Francia e in Germania. È presto per capire dove finisce il rimbalzo e dove inizia la crescita vera e propria, visto che l’Italia è in declino da oltre un quarto di secolo e la principale causa immediata è il ristagno della produttività. L’accelerazione impressa dal Covid ha però allineato al primato dell’economia quello della geopolitica, dove l’Europa stenta verso una politica condivisa. Una nuova strategia della tensione con forme ibride di conflitto come l’utilizzo dei migranti (la pressione della Bielorussia sulla Polonia) e il ricatto energetico (Russia). Il quesito è: cosa può succedere in Ucraina dopo che Mosca ha ammassato truppe al confine? L’arrivo di Biden ha promesso stabilità, ma in Afghanistan non è così. L’Europa non si ritrova in un mondo diviso in due fra «buoni» e «cattivi». Perso il baricentro moderato di Angela Merkel, aspettiamo la maturazione del nuovo governo socialdemocratici, verdi e liberali. Sembrerebbe un merkelismo senza Merkel, indisponibile (stando al programma sottoscritto) al ritorno all’ortodossia dell’austerità. È la posizione di Italia e Francia che, all’indomani dell’accordo di cooperazione rafforzata fra i due Paesi cugini ma talora distanti, intendono costruire nuovi equilibri continentali. A cominciare dalla difesa del principio del debito comune europeo, dello Stato di diritto leso dai sovranismi, e possibilmente con una strategia comune sulla Libia.

Quando noi avremo il nuovo presidente della Repubblica, Macron entrerà in campagna elettorale contro le due destre radicali di Le Pen e dell’outsider Zemmour. Paradossalmente il parlamentarismo italiano, pur con i suoi limiti, sta riuscendo, con esiti ancora incerti, ad addomesticare un populismo senza più rulli di tamburo, mentre il semipresidenzialismo francese, sinonimo di efficienza e di semplificazione dei partiti, lo sta moltiplicando.

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