La piena verità sul terrorismo

ITALIA. Quel che colpisce, prima di tutto, nel discorso di Sergio Mattarella per celebrare il «Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo» è la commossa centralità riservata a chi ha patito in prima persona quella stagione lacerante e ai servitori dello Stato: quel popolo forse trascurato nel dibattito pubblico di questi anni, ma che ora viene ricollocato pienamente nella sua sofferenza e nella sua vitalità di corpo essenziale della Repubblica. Il presidente lo dice a chiare lettere: «Sono state queste persone, non i terroristi, a fare la storia d’Italia.

A scriverne la parte decisiva e più salda. A esprimere l’autentico animo della nostra società e non la sua patologia. A costruire un patrimonio collettivo di memoria e di esempio per tutte le generazioni». Rimandi di questo genere sono sempre stati fatti dai titolari della più alta carica dello Stato da quando, nel 2007, è stata istituita la Giornata. Ma questa volta si è comunicato un vigore più complessivo, dentro i sentimenti più profondi e la memoria collettiva, ridando la misura corretta delle proporzioni: non dobbiamo dimenticare i tanti colpiti negli affetti più intimi e i numerosi che hanno combattuto dalla parte giusta della storia.

Parole che dicono con fermezza come il trascorrere del tempo non collochi l’insorgenza terroristica negli eventi da derubricare, perché quelle vittime ribadiscono che la difesa della democrazia e dei valori repubblicani è un processo mai definitivamente compiuto. Le insidie ci possono sempre essere. Stragismo neofascista e brigatismo rosso hanno insanguinato l’Italia per oltre 15 anni con una violenza senza pari nel mondo occidentale (circa 400 vittime) e con una durata senza uguali. Nella cornice di quella che alcuni studiosi hanno definito «guerra civile a bassa intensità», in un’Italia che ha rivestito un ruolo di frontiera sia nell’antagonismo Est-Ovest sia anche all’interno dell’alleanza occidentale nella competizione per l’egemonia sull’area mediterranea. Riproporre oggi una parola di giustizia è un’esigenza fondamentale della Repubblica e rende merito a un popolo che «ha rifiutato con decisione l’uso della violenza come arma della lotta politica» e che «si è stretto attorno alle istituzioni, avvertite come presidio di libertà, di diritti e di democrazia». Qui riposa tutta l’etica costituzionale: una guerra vinta sul terreno della legalità, «senza mai cedere alle sirene di chi proponeva soluzioni drastiche, da regime autoritario». La storia contemporanea, scriveva il filosofo Benedetto Croce, balza direttamente dalla vita e ci parla dell’oggi.

Lo si comprende bene nel richiamo espresso in un passaggio del discorso di Mattarella: «La Repubblica ha saputo produrrei suoi anticorpi, ben sapendo che un clima di scontro violento, parole d’odio, l’avversario trasformato in nemico da abbattere, costituiscono modalità patologiche della contesa politica che, oggi come allora, vanno condannate e respinte con decisione». L’accento posato su «oggi come allora» va colto con attenzione. Perché in definitiva dalla sconfitta di quella sciagurata stagione abbiamo imparato - come diceva nel 1976 un profetico Aldo Moro - che è stata la reazione morale del popolo italiano a fare la differenza. Nonostante tutto, si potrebbe aggiungere, nonostante i «cattivi maestri» e le compiacenze di quell’«area grigia» fra terroristi e Stato. La democrazia, anche questo lo abbiamo appreso sulla carne viva degli innocenti, non è gratis e neppure un pranzo di gala: un processo faticoso, che richiede rispetto e pazienza.

L’altro aspetto da sottolineare di questa Giornata è la frase in cui il presidente parla delle «gravi deviazioni compiute da elementi dello Stato, e per le quali avvertiamo tuttora l’esigenza, pressante, di conoscere la piena verità». Il riferimento ci sembra sia alle manovre di pezzi deviati dell’apparato dei Servizi e dintorni, chiamati in causa per lo stragismo nero, a partire dall’eccidio di piazza Fontana, a Milano, nel dicembre 1969. Possiamo anche ricordare che Mattarella, in un’intervista a «Repubblica» del 9 maggio 2021, si era soffermato sulle ombre, spazi oscuri, complicità non ancora pienamente chiarite. Per estensione possiamo volgere lo sguardo al rapimento e all’assassinio di Moro nel 1978 che ha rappresentato, insieme, l’attacco al cuore dello Stato, il momento di massima espansione delle Br e l’inizio della sua fine, oltre che uno spartiacque nella lotta al terrorismo e nella storia politica del Paese.

Dopo 5 processi e le Commissioni parlamentari d’inchiesta, conosciamo quasi tutto. Non tutto. L’ultima Commissione (presieduta da Giuseppe Fioroni, 4 anni di lavori chiusi a febbraio 2018) ha sollevato ulteriori dubbi: il crimine non sarebbe ancora definitivamente risolto, l’idea delle Br senza rapporti internazionali è venuta meno. Una verità giudiziaria monca e parziale. Meglio: una «verità ritagliata», un abito costruito su misura negli anni ’80 e ’90 in cui ci si limitò, più o meno, a registrare ciò che i brigatisti sostenevano. I terroristi hanno detto tutto? Questo per osservare quanto sia problematico illuminare compiutamente il culmine della «notte della Repubblica», mettendo la parola «fine» a una tragica storia conclusa.

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