(Foto di Foto di Matt Collamer su Unsplash)
MONDO. Il Cardinale Luis Antonio Tagle ripete spesso che «sarà la compassione a fermare guerre e violenze, e a portare la vita nella società».
Il Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli lo sostiene con grande convinzione, ponendo l’accento sul fatto che la pietas non sia soltanto un sentimento, ma il «cuore pulsante» della missione cristiana: annunciare il Vangelo comunicando con la propria vita la presenza di Cristo e la sua compassione verso l’umanità ferita. Senza dubbio una riflessione profondamente teologica, ma che ben si presta ad una lettura laica e contemporanea, per certi versi portatrice di una forza rivoluzionaria. Oggi aggressività e violenza vengono sistematicamente scambiate come valori autentici e forti da una società permeata da un individualismo sfrenato, incurante degli abusi, della sopraffazione, delle ingiustizie e della prepotenza che ci stanno accanto, e che riescono - inspiegabilmente - ad anestetizzare ogni sentimento di umana vicinanza alla sofferenza di chi ci è prossimo.
E non c’è bisogno di spingersi fino in Ucraina o in Medio Oriente, la guerra arriva dopo: basta fermarsi ai commenti social sotto la notizia di quell’ubriaco che l’altra mattina ha investito tre ciclisti, uccidendone uno, piuttosto che del naufragio di un’ottantina di migranti nelle acque del Mediterraneo. Il linguaggio e le espressioni utilizzate da centinaia di persone trasudano una ferocia verbale da far accapponare la pelle. È così in Rete, ma lo è altrettanto in politica, sul posto di lavoro, a scuola, in famiglia, ovunque, e le pagine di cronaca dei giornali ne sono la dimostrazione più evidente.
Oggi aggressività e violenza vengono sistematicamente scambiate come valori autentici e forti da una società permeata da un individualismo sfrenato, incurante degli abusi, della sopraffazione, delle ingiustizie e della prepotenza che ci stanno accanto
Il mito del superuomo di Nietzsche non accenna a diminuire, anzi spopola come forse mai prima, e non è certo un caso che proprio il filosofo tedesco sia stato tra i più critici nei confronti della compassione umana, percepita come un sentimento debole e passivo. Oggi nel mondo non esiste un eccesso di compassione, se mai l’esatto contrario: e se il problema fosse proprio questo? Se fosse l’eccessiva carenza di compassione a minare le basi della società occidentale? Un paradosso? Forse ma è fuori di dubbio che la compassione possieda al suo interno una forza rivoluzionaria tanto quanto la sua apparente debolezza. La «banalità del male» di Hannah Arendt ci ha insegnato come la malvagità non nasca sempre da un odio radicale, ma da automatismi, superficialità, incapacità di mettersi nei panni degli altri: in una parola di «com-patire», di condividere realmente la sofferenza altrui, facendo poi scattare la misericordia.
Ecco perché la violenza che dobbiamo fermare non è solo quella «spettacolare» che vediamo attraverso gli schermi della tv, ma anche quella «invisibile al cuore» e «normalizzata» che attraversa quotidianamente la nostra vita, fuori e dentro casa. La cultura dominante premia alti livelli di performance, ottenuti in tempi rapidissimi, dopo una competizione sfrenata, che non guarda in faccia a nessuno, capace di travolgere tutto e tutti. La società liquida di Bauman è diventata gassosa, le relazioni sono fragili, i legami - quando ci sono - reversibili, e noi tutti siamo incapaci di prenderci davvero cura di qualcun altro, anche tra le mura domestiche. È proprio qui che la compassione mostra la forza rivoluzionaria che custodisce: non richiede velocità, ma lentezza, non richiede competizione, ma ascolto, non richiede prestazioni mostruose, ma attenzione e persino vulnerabilità. È per questo che la compassione è in grado di ergersi contro il sistema imperante della modernità, perché - al contrario di essa - crea legami veri e rompe la logica utilitaristica, la cultura dell’io e soltanto io. In quest’ottica può veramente «fermare la violenza e portare la vita».
Oggi nel mondo non esiste un eccesso di compassione, se mai l’esatto contrario: e se il problema fosse proprio questo? Se fosse l’eccessiva carenza di compassione a minare le basi della società occidentale? Un paradosso? Forse ma è fuori di dubbio che la compassione possieda al suo interno una forza rivoluzionaria tanto quanto la sua apparente debolezza
La compassione non è solo emozione, ma è una capacità a cui ci si può (e ci si deve) educare, che va coltivata in ogni ambito della nostra vita, giorno dopo giorno. Potrebbe persino essere una virtù politica, perché ha a che fare con la giustizia che si deve all’uomo, a servizio della dignità degli ultimi, dei senza parola, dei senza storia, dei senza qualcuno che li difenda. La compassione cambia il nostro cuore per non lasciarlo in balia dell’idea che l’odio avrà l’ultima parola sul mondo. La compassione ci dice che un’altra umanità è possibile, sempre. Compassione e misericordia, il «sentire» e l’«agire», il presupposto del cuore e il gesto concreto che ne deriva. Non generano consenso immediato, non «vincono» subito, ma di certo interrompono la catena della reazione. Non sono deboli, ma incarnano una resilienza che non assomiglia a quel che combatte, ma ne ha la stessa forza e la stessa determinazione, e in questo senso l’espressione del Cardinale Tagle non è utopica, ma condensa un senso pratico capace di fare la differenza.
E di vera «com-passione» c’è bisogno anche in queste ore, dopo che è stato reso noto che il secondo caso di suicidio assistito registrato in Regione Lombardia ha avuto come protagonista un malato (o una malata) bergamasco. L’episodio è avvenuto l’autunno scorso, ma nulla era trapelato fino a ieri per volontà della famiglia (che ha voluto mantenere il più stretto riserbo) e di Regione Lombardia, che forse ha taciuto più per opportunità politica che per sensibilità (del resto risulta difficile fare comizi in piazza «brandendo» i crocifissi e assecondare - come peraltro prevede la legge in questi casi - la volontà di togliersi la vita).
Spesso il dolore di chi intravede la morte come unica soluzione alle proprie sofferenze non è solo nella carne, ma anche - se non soprattutto - nello spirito: una sofferenza fatta di abbandono, di speranze disattese, di illusioni rimaste tali, di contrasti mai risolti e forse non più risolvibili.
Spesso il dolore di chi intravede la morte come unica soluzione alle proprie sofferenze non è solo nella carne, ma anche - se non soprattutto - nello spirito: una sofferenza fatta di abbandono, di speranze disattese, di illusioni rimaste tali, di contrasti mai risolti e forse non più risolvibili. Un dolore per cui proprio la «com-passione» - nel senso più autentico del termine, di condivisione vera e sincera del dolore di un altro essere umano, senza tecnologie, senza tecnicismi - potrebbe essere una sorta di medicina. Se proprio si è ancora alla ricerca di un provvedimento legislativo in un ambito di estrema delicatezza e complessità come quello del «fine vita», questo dovrebbe essere inteso come una dichiarazione contro l’abuso della medicina, non contro il suo uso: non la volontà di anticipare la morte per poterla in qualche modo «dominare», ma di consegnarsi ad essa dignitosamente, umanamente.
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