L’alleanza 5 Stelle-Pd: gli effetti  dirompenti. I grillini ora cambiano

L’alleanza 5 Stelle-Pd: gli effetti
dirompenti. I grillini ora cambiano

L’Italia, anche a Ferragosto, ha altri problemi, ma l’alleanza elettorale fra Cinquestelle e Pd andrebbe seguita con attenzione critica per i suoi effetti dirompenti. Nasce fragile, è discussa e discutibile, ha spaccato in due i grillini e potrebbe non essere indolore anche fra i democratici. Eppure segnala un passaggio non proprio minore, rilevante al pari della controversa nascita del Conte II un anno fa. In coincidenza oggi con la fase 2 del governo e in vista della campagna d’autunno: recessione economica e drammi sociali, elezioni in 6 Regioni,referendum sul taglio dei parlamentati, legge elettorale. La verifica pratica dirà se la coalizione governista grillodem vive esclusivamente sul presente, sullo spauracchio Salvini, quindi una manovra di Palazzo in puro stile realpolitik, o se invece indica una maturazione obbligata dei grillini e un ritorno al bipolarismo che ridisegna il sistema politico fra nuovo centrosinistra e destra-centro. Una rifondazione del centrosinistra, un rinnovato protagonismo dei partiti di maggioranza nella collaborazione-competizione con l’autonomia di Conte, altrimenti detta «contismo»?

Il matrimonio d’interesse sottoscritto da Di Maio, tornato capo senza esserlo formalmente, il teorico del superamento dell’asse destra-sinistra, equivale ad una resa della creatura grillina: cercando di riconciliarsi con la realtà, prende atto della impraticabilità di un club giacobino nelle stanze del potere, che non può più ritenersi movimento, libero da vincoli e responsabilità, perché già nei fatti è costretto ad essere partito. Il tema vero può essere appunto questo: l’annuncio di un cambio nella stessa struttura privatistica dei Cinquestelle, di un certo modo di fare politica questa volta dentro le logiche partitiche. Fin qui influenzato dalla eredità fondativa: quella di una concezione estrema della democrazia, e non per caso la piattaforma digitale si chiama Rousseau. A poco a poco stanno cadendo tutti i tabù che avevano portato allo «splendido isolamento» grillino: fine del divieto di alleanze e dello stop ai due mandati.

Per sopravvivere, il M5S deve rinnegare se stesso e si capisce la rivolta dell’altra metà a questa mutazione genetica. Del bel giocattolo delle origini resta ben poco. Lo stesso movimento non è più quello che è passato dalla destra alla sinistra con il Conte II: un cambio di pelle per una formazione fattasi partito senza dirlo in giro e senza dibattito interno e che, come tale, occupa gli spazi del potere, utilizza linguaggi e metodi dei partiti «normali». Non c’è più pure il bottino elettorale del 2018 (11 milioni di elettori), piuttosto la disponibilità all’alleanza rivela il riconoscimento a posteriori di un fallimento e di una forza degradata a debolezza. Un misto di autosufficienza e incultura politica, di anarchica secessione dalla realtà. La pretesa di essere un soggetto terzo rispetto a destra e sinistra è finita nell’aspirapolvere che tutto assorbe di Zingarettti, meno flemmatico di quel che sembra.

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