(Foto di Aedrian Salazar su Unsplash)
ITALIA. Leggiamo i primi risultati della ricerca sui nostri ragazzi e vediamo specchiato il mondo che abbiamo costruito per loro: il buio delle guerre, i soldi al primo posto, la politica svilita, la carenza di opportunità riempita, si fa per dire, dalla strada e dai centri commerciali. E per fortuna che esistono, e resistono, gli oratori.
È meritorio il lavoro fatto dall’Università su commissione del Comune di Bergamo nell’ambito dell’Osservatorio provinciale sul disagio giovanile istituito dalla Prefettura da quasi due anni. È apprezzabile, innanzitutto, perché non parte dal fondo bensì dal principio; non si ferma a osservare le questioni in termini di sicurezza, che pure ci sono e non si negano, ma fa un passo indietro e prova a capire chi sono oggi in città e nei paesi i giovanissimi fra i dodici e i quindici anni, dalla seconda media alla seconda superiore (con aspetti della ricerca che arrivano anche ai 18 e 20 anni). Il quadro che ne esce non può lasciare indifferenti. Senz’altro, com’è stato detto il 14 gennaio in conferenza stampa, è un primo passo: sarà interessante capirne ancora di più al convegno di giovedì 22 e, soprattutto, vedere cosa l’indagine produrrà sul campo.
Qualche considerazione, tuttavia, si può cominciare ad abbozzare partendo da un atteggiamento di fondo: lasciamoci disturbare dalle risposte dei ragazzi. Quelle percentuali chiamano in causa noi adulti e il contesto sociale che alimentiamo ogni giorno. Quando si parla di valori («cosa mi fa battere il cuore?»), sostenere che il denaro è importante (lo afferma quasi il 63% degli adolescenti, o preadolescenti, interpellati) andrà letto a misura di ragazzo, ma è difficile non vederci rispecchiato un parametro che oggi risulta dominante secondo logiche che arrivano a legittimare anche la furbizia, se non peggio: che più della metà dei ragazzi, con la certezza di non essere scoperto, sia disponibile a compiere un atto illecito (il 19% «senza dubbio» e il 36% «solo se l’atto non è tanto grave») per guadagnare molti soldi lascia attoniti.
Sarà interessante capire se la ricerca ha sondato anche altri «valori» oltre al denaro. Per ora, basta leggere, con amarezza, quanto poco ne viene attribuito alla politica. Pur facendo un po’ di tara sull’età, anche in questo caso il dato, purtroppo, non stupisce: ciò che si trasmette da qualche decennio ormai, tra gestione rissosa della cosa pubblica e disaffezione, ha poco a che fare con una visione del bene comune che possa appassionare. Per la religione parlano i capelli bianchi che si vedono nelle chiese ed è però interessante quel quasi 40% di ragazzi che indicano gli oratori come luoghi tra i più frequentati, avamposto di proposte che vadano oltre la strada e il passeggio consumistico - torna l’immagine dei soldi preponderanti - nelle gallerie dei centri commerciali. Niente di male, di per sé, nel trovarsi in un posto piuttosto che in un altro: stare fra pari è bisogno primario per i giovanissimi e in un modo o nell’altro prende forma.
Ma la domanda che si riflette su noi adulti è: quali opportunità siamo capaci di dare ai ragazzi? Oltre alla scuola, dove e come possono sperimentare il mondo, in modo anche destrutturato e gratuito? Non siamo all’anno zero, sia chiaro. Viviamo in un territorio che ha sensibilità, tradizione e risorse e l’indagine farà da sprone per altri passi avanti. Quei ragazzi che oggi ci dicono qualcosa delle loro speranze e paure, potrebbero essere a un angolo di strada, affondati in un giubbotto, ad aspettare solo qualcuno che dia loro un gancio e saprebbero sorprenderci. Lo spiegano i ricercatori, l’esperienza quotidiana lo conferma: se incontrano autenticità, rispondono; se trovano modelli, verrebbe da dire «maestri», seguono.
E sarà interessante se a esito di questa indagine si penserà non solo a loro, ma anche ad accompagnare adulti un po’ smarriti, che fanno fatica a reggere le naturali frustrazioni dei figli, a tenere la barra a dritta, a fidarsi, a fare rete con altri adulti che sono sulla stessa barca: lasciamoci disturbare dalle risposte dei ragazzi; lasciamoci sorprendere da ciò che aspettano solo di poter esprimere; e lasciamoci intercettare da chi prova a ricostruire il senso condiviso dell’educare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA