Le certezze (pessime) sul Ponte San Michele

ITALIA. La vicenda offre poche ragionevoli certezze, su tutte quella di ripetersi per l’ennesima volta.

Perché l’invito a fare in fretta è stato fatto più volte, i dubbi sul rispetto della scadenza del 2030 già espressi (ma francamente era un rigore a porta vuota...), idem per le preoccupazioni su un accordo condiviso per la soluzione tecnica e il tracciato... Oggettivamente sulla vicenda del nuovo ponte dell’Adda c’è davvero poco da aggiungere visto che le cose stanno andando come peggio non potrebbero. Per carità, le difficoltà tecniche (e implicitamente politiche) della vicenda erano ben chiare a tutti fin dall’inizio, tranne forse a chi si era messo da subito a snocciolare date manco i numeri della tombola. Ma ora la situazione, già seria di suo, si è fatta semplicemente drammatica. Ed è un’altra certezza di questa storia.

La seduta della V Commissione regionale ha chiarito quello che era ormai ben oltre l’evidenza: p er il 2030 il nuovo ponte non ci sarà, manco dipinto. Ora l’orizzonte è quello del 2034 con attaccata una sfilza di «se» abbastanza inquietante. Sullo sfondo, la domanda-chiave di questa vicenda, ovvero che succederà nel 2030 alla scadenza naturale del vetusto (risistemato in fretta e furia tra il 2018 e il 2020 davanti ai primi inquietanti scricchiolii) San Michele? Mirabile esempio di architettura, monumento di archeologia industriale, blablabla, ma sostanzialmente da buttare via tra pochi anni. E non lo diciamo noi, ma la relazione tecnica che ha accompagnato i lavori e la riapertura del manufatto. In tempi invero record, va detto, peccato che poi ci si sia un po’, come dire, inchiodati tra carte, vincoli, confronti eterni e rimbalzi di responsabilità.

La buttiamo lì, forse sarebbe stato meglio commissariare l’opera da subito, sic et simpliciter, perché dalla riapertura al traffico del San Michele sono passati più di 5 anni . E soprattutto nessuno sa ancora rispondere con ragionevole (ma anche approssimativa andrebbe bene...) certezza alla domanda di cui sopra: che succede tra 5 anni? Chi è il malcapitato che si piglia la responsabilità di autorizzare la proroga del tempo di vita della creatura ferrosa del Röthlisberger? Tanto iconica e inserita in un paesaggio lombardo come pochi, ma comunque costruita nel 1889, quindi vecchiotta.

Per lo straordinario scrittore David Foster Wallace «quando la realtà è sgradevole i realisti tendono a essere sgraditi», ma mai come in questo caso si deve analizzare la situazione guardandola dritta negli occhi. Le scadenze indicate in V Commissione sono assolutamente indicative (e sostanzialmente poco attendibili) perché condizionate da troppi fattori: progettuali, ambientali, economici (i 365 milioni ipotizzati nel 2023 vanno rivisti al rialzo) e politici. Inutile per esempio fare finta del fatto che una soluzione condivisa non c’è ancora, che un minimo abbozzo di accordo tra le parti ( le due sponde del fiume...) in campo nemmeno, e manco s’intravede all’orizzonte. E rischia di non essere trovata nemmeno dopo il concorso internazionale.

Per tutti questi motivi non c’è rassicurazione temporale che tenga e il quadro si fa mese dopo mese sempre più complesso e in prospettiva drammatico. Non vi sembri esagerato questo aggettivo perché qui c’è in gioco non solo il futuro di una delle parti più dinamiche e produttive della Bergamasca, ma anche semplicemente il diritto alla mobilità quotidiana di migliaia di pendolari che ogni giorno vanno e vengono dall’Isola alla Brianza e da qui al Milanese.

Cosa è successo nei due anni di apertura a singhiozzo durante i lavori di sistemazione del San Michele è ancora ben presente nella memoria di chi l’ha vissuto, pensare di ripeterlo anche solo in minima parte una volta passata la scadenza del 2030 è semplicemente inaccettabile. Come gli anni trascorsi finora, vanamente visti i risultati concreti. C’era solo una cosa da fare, correre senza sosta: non lo si è fatto. E quel ponte, invece di unire, rischia di dividere sempre di più.

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