Le origini della Lega e un futuro nelle urne

ITALIA. Fino all’intuizione di farlo diventare «sacro», così d’emblée, era un anonimo spiazzo verde in quel di Pontida, lungo la trafficatissima Briantea, più croce che delizia di migliaia di automobilisti bergamaschi e lecchesi.

Poi un giorno Umberto Bossi ha deciso che quel pratone doveva diventare un simbolo, alla pari della mistica della Padania (terra dai vaghi confini, prima dal Po in su, poi secondo necessità e convenienza), del Sole delle Alpi o del «Va, pensiero» verdiano, inno deciso sul campo con un certo qual ardito paragone tra gli ebrei prigionieri in Babilonia e i popoli del Nord oppressi (a suo dire) dal giogo italico. E alla fine è assolutamente normale che l’ultimo viaggio terreno del senatùr sia stato su quel prato che l’ha visto protagonista per anni, arringando le folle (perché tali erano) sotto la tempesta o il sole a picco, lanciando strali agli avversari politici - e pure agli alleati, nel caso - e vaticinando prossime azioni di forza contro lo Stato centralista. Se non canaglia e altre delikatessen tutte in stile molto bossiano.

Ha sdoganato un linguaggio non proprio oxfordiano

Di Bossi bisognerà ricordare in egual modo l’istinto politico quasi animalesco e allo stesso tempo i toni molto spesso inaccettabili utilizzati soprattutto nei tempi pionieristici e che qualche danno postumo l’hanno comunque fatto, sdoganando un linguaggio non proprio oxfordiano nella trattazione di argomenti che comunque un fondo (e talvolta pure di più...) di verità ce l’avevano. Su tutti quella questione settentrionale che sembrava tabù fino al calare delle truppe leghiste e che al tirar delle somme non ha sortito gli effetti sperati.

La Lega di Bossi morta prima del fondatore

Inutile girarci intorno, la Lega di Bossi è morta ben prima del suo fondatore, lo dicono le giravolte a tratti acrobatiche del suo ultimo successore alla segreteria federale, quel Matteo Salvini che ieri - non a sorpresa - qualche fischio ai funerali del leader se l’è preso, eccome. E non è bastato rispolverare dagli armadi la camicia verde d’ordinanza e da battaglia per riannodare i fili di un tempo spezzato da decisioni politiche che lo scomparso fondatore del movimento non avrebbe approvato. Al netto della relatività dei suoi celebri diktat, da quel «mai con i fascisti» in poi, per capirci...

La Secessione improponibile

In quel concentrato di perfidia (ma a tratti anche di acume) che sono i social c’è chi ha liquidato il look salviniano con un «ha messo la camicia verde perché tutte le felpe erano a lavare» decisamente azzeccato. Difficile rendere meglio la disinvoltura di un leader, ora vicepremier, che ha inseguito l’azzardo di fare della Lega un partito nazionale di destra, l’antitesi di quel federalismo per il quale era nata. Anche se, di fatto, è in questa stagione politica che le Regioni possono discutere con un qualche fondamento sull’autonomia differenziata e questo grazie a una riforma fatta in questa legislatura, osservava ieri il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari. Con quali soldi e una coperta comunque sempre più corta, di quelle che da qualunque parte la tiri qualcosa lascia scoperto, non è dato sapere. Ma del resto anche la secessione più volte proclamata dal senatùr era oltre l’improponibile ed è proprio questo approccio per iperboli che ha reso molto difficile per anni un dialogo che era assolutamente necessario perché il tema del federalismo c’era, c’è e ci sarà ancora.

Il futuro della Lega

Anche per questo certe sbandate estreme (leggi Vannacci) hanno disorientato la platea leghista, ben oltre quelle voci di dissenso sentite ieri fuori dall’abbazia di Pontida che a tratti sono sembrate più un tributo al capo e alla nostalgia nel medesimo tempo. Alla fine la vera prova del nove si avrà come sempre nelle urne e nel centrodestra, dove FdI ha già iniziato a battere cassa con Forza Italia sullo sfondo. E se il Veneto è rimasto comunque in mani leghiste (con l’incognita vagante di Luca Zaia, il vero rivale di Salvini in tema di consenso nella base), al prossimo giro del 2028 sul piatto c’è quella Lombardia dove tutto è cominciato. E dove tutto potrebbe davvero finire, questa volta.

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