Le promesse dell’inatteso presidente argentino

IL COMMENTO. Quanto staremmo tranquilli nell’avere un Presidente soprannominato «il matto» e paragonato, non solo per l’aspetto fisico, a Chucky, protagonista del film «La bambola assassina»? Eppure Javier Gerardo Milei, 53 anni, ha vinto bene il ballottaggio contro il peronista Sergio Massa (56 a 44%) e da ieri, come fu per Donald Trump nel 2016, è l’inatteso che si realizza e con cui bisogna fare i conti.

A proposito di conti: Milei ha alle spalle una carriera di economista tale da rendere ancor più sconcertanti le promesse con cui ha convinto gli argentini ad affidargli la Presidenza. È stato capo economista presso il Fondo pensioni argentino, economista senior presso il colosso bancario Hsbc, consulente del Governo per le controversie in materia d’investimenti, professore per oltre vent’anni. Poi ha cominciato a invadere i media con interventi, conferenze, e polemiche fino a vedersi certificare dalla rivista Noticias, nel 2019, lo status di personaggio più influente presso l’opinione pubblica argentina.

E ora eccolo qua, con ricette che, dovessero essere applicate, farebbero sembrare la «terapia di choc» della Russia primi anni Novanta un approccio morbido morbido. Eccone i capisaldi. Riduzione al minimo della presenza dello Stato nella vita sociale e pubblica, con l’abolizione di dieci degli attuali diciotto ministeri, un taglio secco del 15% alla spesa pubblica, l’abolizione di sussidi e prebende che sono stati una caratteristica tipica di tutti i Governi peronisti.

In sostanza lo Stato dovrebbe occuparsi di difesa, sicurezza e poco altro, in perfetta corrispondenza con la ruvida polemica che Milei ha condotto per lungo tempo contro la corruzione e l’inefficienza dei politici tradizionali, che a suo dire «hanno per unica preoccupazione conservare i privilegi, non gli interessa né il progresso della nazione, né le condizioni di vita della popolazione».

Nulla di inedito. Ma in un Paese devastato dalla crisi e sbeffeggiato dagli scandali, il messaggio era destinato ad avere molta presa, soprattutto nella classe media impoverita e tra i giovani, che in Argentina votano a partire dai 16 anni.

L’uscita dello Stato dalla vita economica equivale a dire privatizzazioni, che infatti sono un altro cavallo di battaglia di Milei, grande ammiratore del presidente Carlos Menem, eletto per la prima volta nel 1989 dopo una campagna tutta improntata alle proposte del neoliberismo.

Per cominciare, Milei ha già stabilito di privatizzare Tv e radio di Stato, prima di passare a porti, aeroporti, autostrade, infrastrutture e chissà che altro. Ma questo è nulla rispetto alla strategia che fu appunto di Menem (e del suo ministro dell’economia Domingo Cavallo) e che Milei ora vuole replicare: il cambio fisso tra peso argentino e dollaro.

A parte l’idea di «bruciare la Banca centrale», Milei propone di abolire il peso e ancorare ogni transazione al dollaro, con il cambio fisso di uno a uno. Non c’è un solo politico, economista o giornalista che non abbia giudicato suicida quest’idea, che pare a tutti irrealizzabile in un Paese dove il 40% dei 46 milioni di abitanti è ufficialmente povero e l’inflazione è oltre il 140%.

Che succederebbe se i prezzi fossero calcolati, appunto, in dollari? Per non far saltare tutto bisognerebbe disporre di scorte enormi di valuta (che l’Argentina non ha) oppure ottenere prestiti che nessuno vuole concedere, visto che l’ultimo (45 miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale) non è mai stato ripagato. Dicono che Milei speri nel soccorso della Cina e di un Trump rieletto presidente. Se non altro, l’ottimismo non gli manca.

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