L’Europa non può essere un menu alla carta

MONDO. Ancora non ci siamo. Prima o poi il «momento Europa» arriverà e si tratta di sottrarre il senso del voto per l’Europarlamento alla cronaca spicciola e restituirgli il peso che merita.

In sostanza: di cosa stiamo parlando? Il dibattito è modesto e continua ad esserci un’opinione diffusa secondo la quale le Europee non sarebbero altro che una replica delle elezioni nazionali, un secondo tempo per misurare i rapporti di forza all’interno e fra gli schieramenti. Una specie di elezioni di «mezzo termine» che si svolgono in America fra un appuntamento per la Casa Bianca e l’altro. Non dovrebbe essere così, o almeno soltanto questo, anche se i precedenti storici affermano il contrario. Parliamo di una celebre sconosciuta ai più, troppo complicata da capire: pensiamo ad una Unione come fatto acquisito, mentre è un processo in divenire nella prospettiva di risolvere i problemi attraverso la composizione di interessi diversi.

Un percorso tormentato, comunque essenziale. Da quando l’euro è entrato nelle tasche dei contribuenti, l’europeismo ha smesso di essere un orientamento a prescindere, per il semplice motivo che s’è capito che non si tratta di un pranzo gratis: non solo avere. La macchina di Bruxelles è diventata il capro espiatorio salvo ricorrervi come salvatore di ultima istanza, per cui i governi nazionali privatizzano gli utili (è merito nostro) e socializzano le perdite (è colpa dell’Ue). Tralasciando di precisare che mai come in questo periodo il bancomat europeo sta contribuendo alla tenuta economica dei 27. Il risultato, osserva l’economista Leonardo Becchetti su «Avvenire», è che la politica puntando al consenso di breve respiro specula su chi ha paura del nuovo. Retorica vuole che ogni tornata elettorale sia decisiva, ma questa volta è più vero del solito: per la politica di medio-lungo periodo e per quella contingente.

Mario Draghi ha fissato il punto di caduta di tutte le crisi che ci coinvolgono con questa formula: le strategie che in passato avevano assicurato la nostra prosperità e sicurezza (affidarsi agli Stati Uniti per la sicurezza, alla Cina per le esportazioni e alla Russia per l’energia) oggi sono diventate incerte, insufficienti o inaccettabili.

Vasto programma, ma proprio per questo perché non parlarne? C’è un paradosso fra attrattività esterna e disaffezione interna: c’è chi ha voglia e fretta di entrare (pensiamo alla martoriata Ucraina e non solo) e nel contempo monta il distacco delle opinioni pubbliche. La reazione positiva al Covid, il Next Generation Eu (per noi il Pnrr) e la sostanziale compattezza dinanzi all’invasione russa dell’Ucraina sembravano aver ristabilito un clima di fiducia verso la Ue, mentre ora, proprio in vista del voto, l’impopolarità di Bruxelles è tornata a crescere. Si avverte la sensazione di una deriva ineluttabile affrontata con le apparenze di un disarmo intellettuale.

Per i motivi più svariati si va formando un esteso associazionismo degli scontenti che è materia infiammabile. Constatato il suicidio britannico con la Brexit, nessuno vuole più lasciare la Ue, ma si resta al guinzaglio dell’utilitarismo euroscettico: si prende «alla carta» solo quel che conviene. La frattura si colloca su questo crinale, con divisioni che si aggiungono, alimentano e travalicano lo storico conflitto destra-sinistra: ci si posiziona non solo nei confronti di questa Europa, delle sue politiche e del suo governo, che possono piacere o meno, ma anche in riferimento al progetto europeo in quanto tale. Qualcosa del genere s’era intravisto alle precedenti Europee, oggi però questo cambio si propone ritenendosi legittimato dai costi degli choc di questi decenni. La protesta degli agricoltori e la transizione verde, al di là delle questioni di merito, dicono qualcosa sul tema. E cioè: quando si passa dalla poesia alla prosa si paga pegno. Riforme ambiziose, ancorché necessarie, vanno accompagnate da un consenso largo e da valutazioni concrete del loro impatto. Specie se le normative influiscono sugli stili di vita e se hanno forti conseguenze redistributive in termini di costi e benefici.

Senza connessione sentimentale e coinvolgimento, il rischio è aumentare la distanza rispetto alle politiche europee, percepite come vantaggi per alcuni e svantaggi per altri, ad opera dei soliti tecnocrati. Altrimenti si finisce nella trappola del populismo, anche perché nel frattempo – restando all’agroalimentare – non s’è capito se la retromarcia dei governi europei e della Commissione europea sia il riconoscimento di un errore, un cedimento strumentale alla contestazione o, in definitiva, un ridimensionamento di quel bene pubblico che è lo sviluppo sostenibile. In gioco c’è una certa idea cooperativa di Europa che, bene o male, fra alti e bassi, la maggioranza politica dei vertici europei (popolari, socialisti, liberali) ha cercato di mantenere. Un progetto che non è un incidente della Storia, questo andrebbe ricordato.

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