Mattarella e Bergoglio identità di vedute
sulle sfide della modernità

Le prime parole di Sergio Mattarella sette anni fa riecheggiavano uno dei documenti fondamentali del Concilio Vaticano II. Il presidente della Repubblica appena eletto fece un riferimento diretto alle «difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini», esattamente come l’incipit della Gaudium et Spes, la Costituzione conciliare «sulla Chiesa e il mondo moderno»: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».

Ieri Papa Francesco, ricevendo Sergio Mattarella in «visita di congedo» ha ringraziato il Presidente della «testimonianza» e ha aggiunto «il meglio della testimonianza». Qual è la testimonianza a cui il Pontefice si riferiva se non quella descritta magistralmente nella prima lunga frase della «Gaudium et Spes»? Qual è la testimonianza che Sergio Mattarella ha reso all’Italia, ferita e angosciata dalla pandemia, se non quella di aver fatto eco alle angosce e alle speranze dei cittadini italiani?

Lo confermano le visite a Bergamo, simbolo del cuore ferito della Nazione, lo attestano discorsi, interventi e messaggi che il Capo dello Stato in questi tempi di dolore ha consegnato agli italiani e che gli italiani (tutti) farebbero bene a non dimenticare e a meditare ora che lascia la magistratura suprema della Repubblica. Sergio Mattarella è un cattolico del Concilio Vaticano II e il Papa alle speranze e alle angosce del tempo presente ha dedicato il suo primo documento, «Evangelii Gaudium», dove, anche lì, risuonava il famoso incipit.

La sintonia tra il Papa e il Presidente è stata totale, nel rispetto delle reciproche funzioni, e si può ben dire, questa volta senza alcuna retorica, che i due colli, il Vaticano e il Quirinale, sono stati molto vicini. I due «magisteri» si sono intrecciati, hanno collaborato, nella distinzione dei ruoli, a migliorare il Paese, a sollecitare impegno e passione nei cittadini soprattutto nelle difficoltà amplificate dalla pandemia. Il Papa e il Presidente sono stati punto di riferimento. Per questo il Papa ha ringraziato pubblicamente Sergio Mattarella. Non si tratta solo della conferma del rapporto speciale, per motivi più che evidenti, che c’è tra la Santa Sede e l’Italia. È la conferma di un’identità di vedute sul mondo e sulle sfide della modernità complessa dei nostri giorni che tra i due si è consolidata in questi anni. Basterebbe rileggere i brevi telegrammi del Presidente ogni volta che il Papa partiva e tornava dai suoi viaggi, ognuno con un valore simbolico altissimo e particolare, e le risposte del Papa inviate dall’aereo in decollo o in atterraggio. Migranti, Europa, globalizzazione, Mediterraneo, dialogo tra popoli e religioni, giovani, ambiente sono stati gli argomenti sui quali il Presidente ha sollecitato alla riflessione l’Italia esattamente come ha fatto Francesco con il suo magistero.

E la fede profonda di Sergio Mattarella, insieme alla consapevolezza del credente del valore dell’impegno culturale e politico per il bene comune e le regole della democrazia, hanno trovato in Jorge Mario Bergoglio stima e ammirazione. Entrambi hanno lavorato con passione, si sono fatti capire senza mai rincorrere il clamore mediatico, con poca esuberanza, con la stessa sobrietà e soprattutto con medesimo stile riflessivo e intelligenza sistematica sulle cose, anche quando molto sembrava scivolare nell’irrazionalità, come è accaduto negli ultimi tempi di polemiche sui vaccini. Il Papa, il Presidente e un’Italia in debito d’onore verso entrambi.

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