Niger, perché la crisi ci riguarda da vicino

ESTERI. Dalla Somalia al Sudan, dal Congo alla Repubblica Centrafricana: sono ancora tanti gli Stati africani dilaniati da conflitti. Troppi. Altri Paesi invece sono fortemente instabili e non possono essere definiti in pace perché le micce della guerra sono accese.

Nel Sahel in ebollizione, fra traffici di armi e tratta di migranti, gruppi jihadisti di diversa estrazione, il Niger ha un ruolo particolare, per dimensioni e per posizione (è il baricentro della regione). Ma non solo: nell’aprile 2011 vi si sono svolte elezioni che hanno portato al potere Mohamed Bazoum, nuovo presidente con il 58% delle preferenze. La consultazione, al contrario di altre nel continente, non ha generato particolari contestazioni e si è svolta pacificamente. Sembrava un passaggio decisivo all’interno di un percorso verso la democrazia. Ma sabato scorso la Guardia presidenziale ha deposto Bazoum con un golpe, insediando al suo posto il generale Abdourahamane Tiani che era in procinto di essere rimosso. La condanna del colpo di Stato è stata trasversale.

L’Unione africana ha concesso 15 giorni di tempo alla nuova giunta militare per lasciare il potere mentre l’Ecowas, la Comunità economica dei 15 Stati dell’Africa occidentale, ha chiesto il ripristino dell’ordine costituzionale e sarebbe pronta a un intervento armato. Il Niger è l’ultimo dei Paesi dell’area ad avere un’inclinazione occidentale legata alla sua madrepatria coloniale (la Francia) presente a Niamey con 1.500 soldati per proteggere l’estrazione di uranio da parte delle industrie francesi (un quarto di quel totale che rende lo Stato africano settimo produttore mondiale) e per combattere il jihadismo. Il golpe ha suscitato la preoccupazione che il Niger possa allearsi con Mosca, come è avvenuto nei vicini Burkina Faso e Mali, anch’essi travolti da «putsch». Ma il Cremlino ha mostrato cautela. Il vertice Russia-Africa, tenutosi pochi giorni fa a San Pietroburgo è fallito: vi hanno partecipato soltanto 17 capi di Stato, contro i 43 del summit del 2019. La maggioranza dei Paesi africani ha fatto capire di non essere interessata a passare dalla «tutela» occidentale a quella di Mosca e questo desiderio di emanciparsi dall’invadenza di poteri esterni è un fatto positivo.

«Il vertice di San Pietroburgo - ha scritto Nigrizia, l’autorevole rivista dei Padri comboniani - ha evidenziato una crescente diffidenza per le politiche attuali del presidente russo, considerate pericolose per la stabilità globale che finisce per incidere pesantemente su quella del continente e, in definitiva, sui governi dei loro Stati, mettendo a rischio il loro stesso potere personale». Putin ha cercato di acquisire consenso promettendo l’invio gratuito di cereali a sei Stati particolarmente bisognosi, la maggior parte dei quali suoi fedeli alleati: Burkina Faso, Zimbabwe, Mali, Somalia, Repubblica Centrafricana ed Eritrea. Ma i leader africani presenti al summit hanno chiesto il ripristino dell’accordo per l’export del grano ucraino: lo stop rischia di alzare il costo dei cereali del 20%. E un contributo al golpe in Niger lo ha dato anche l’inflazione globale che pesa in particolare sull’Africa occidentale, per l’aumento dei prezzi di energia e di cibo. Il Cremlino esercita la propria influenza sull’Africa attraverso la compagnia paramilitare privata Wagner: dopo la marcia verso Mosca a giugno, è stata ridimensionata ma non in Africa dove sostiene giunte militari in cambio dello sfruttamento di materie prime (ancora Nigrizia ha evidenziato come nel 2022 dall’aeroporto della capitale sudanese Khartum sono partiti in direzione di Mosca 122 cargo carichi di oro).

L’Africa poi è uno dei territori di sfida fra Cina e Usa: Washington è sempre più in difficoltà nel contrastare lo strapotere del gigante asiatico nel continente. La Cina, che adotta il principio di non ingerenza politica, guida infatti la nuova «corsa all’oro» dei metalli rari. Il commercio tra Pechino e Africa ha raggiunto i 94,4 miliardi di dollari nei primi quattro mesi del 2023, con un aumento dell’8,9% rispetto allo stesso periodo del 2022.

Nella sua tragicità, il colpo di Stato in Niger restituisce alcuni segnali positivi: un bisogno di stabilità, la posizione unanime delle organizzazioni transnazionali africane nel condannare il golpe e la cautela nel ricorrere a soluzioni militari peggiorative. Resta il paradosso (apparente) che meriterebbe una riflessione: i Paesi del continente più ricchi di materie prime hanno invece una popolazione povera. Il caso del Congo è inquietante: depredato e dilaniato da quasi 30 anni di guerra, senza che se ne veda la fine. Anche queste evidenze ci riguardano: l’Africa ha bisogno di diventare protagonista del proprio sviluppo e della propria stabilità.

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