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MONDO. È utile e urgente porsi la domanda di come e dove dare voce al grido dei popoli martoriati dal conflitto.
Da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, nel gennaio scorso, il numero delle vittime civili in Ucraina nei quotidiani bombardamenti russi è aumentato del 31%. Vladimir Putin ha interpretato la mano tesa del presidente degli Usa come un via libera totale alla legge della forza, senza pagare pegno da parte della Casa Bianca.
Il conflitto in Europa, che il prossimo 24 febbraio entrerà nel quinto anno se si esclude l’avvio nel 2014 con l’annessione militare illegale della Crimea alla Russia, è stato molto dibattuto per le cause, per i rischi di allargamento e del minacciato ricorso russo a ordigni nucleari, per le ricadute economiche. Le cronache dei primi mesi hanno raccontato la fuga di 5 milioni di profughi ucraini in Polonia (donne, bambini e anziani) in 60 giorni dall’inizio dell’invasione su larga scala, l’eccidio di Bucha (486 civili uccisi dai battaglioni invasori nel marzo 2022 sui 2mila residenti di allora, 1.300 nel distretto, crimini documentati a smentita dei negazionismi) e la distruzione di Mariupol (almeno 27mila abitanti risultano ancora scomparsi dopo 4 anni). Ma sfugge al senso comune la gravità dei bombardamenti quotidiani su abitazioni e infrastrutture vitali come le centrali elettriche, con missili e droni, sanzionati già nel 2024 da mandati di cattura per generali russi emessi dalla Corte penale internazionale dell’Aja. La Procura generale di Kiev ha stimato il numero delle vittime civili in 100mila finora.
Giovedì 12 febbraio l’atleta ucraino dello skeleton Vladyslav Heraskevych, è stato squalificato dalle Olimpiadi di Cortina per non aver rinunciato al «casco della memoria» sul quale ha riprodotto i volti di 24 sportivi professionisti connazionali uccisi in guerra. L’obiettivo era appunto fare memoria in generale delle vittime ignote di un conflitto che si accanisce sui civili fino al trasferimento a forza di migliaia di minori in Russia dai territori annessi illegalmente, altro crimine per il quale la Corte dell’Aja ha messo Putin sotto mandato di arresto. L’esclusione dell’atleta ha sollevato polemiche ed è stata motivata dal Comitato internazionale olimpico con il regolamento della Carta dei Giochi, che all’articolo 50 recita: «Non è consentito alcun tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale in alcun sito, sede o altra area olimpica». Il Comitato ha proposto a Heraskevych di indossare invece una fascia nera al braccio, proposta rifiutata: «È il prezzo della dignità - ha detto l’atleta di Kiev -. Mi sono allenato per tutta la vita per il sogno che avevo fin da bambino, ma in tempo di guerra su vasta scala una medaglia non vale nulla rispetto alla vita delle persone. E alla memoria di questi atleti». Il caso conferma come la legge non sia sempre sinonimo di giustizia, eppure ha prevalenza: «Dura lex sed lex» dicevano non a caso i latini.
Alle Olimpiadi di Pechino 2022, mentre si discuteva se la Russia avrebbe invaso ancora l’Ucraina, Heraskevych non aveva dubbi sulle intenzioni di Mosca e si inventò un cartello da sollevare nella cerimonia d’apertura, che il mondo intero vide, con la scritta: «No war!». La grande ribalta dei Giochi è da sempre anche il luogo dove tentare di dare visibilità a cause umane che in alcuni casi hanno avuto spazio: dalle Pantere Nere (atleti del movimento di liberazione degli afroamericani discriminati) che alzarono il pugno a Mexico ’68, al mantello per le donne afghane a Parigi ’24. È molto discutibile che il «casco della memoria» ucraino sia liquidabile come «propaganda politica». Ma è utile e urgente porsi la domanda di come e dove dare voce al grido dei popoli martoriati da crimini periodicamente denunciati dai relatori incaricati dall’Onu di redigere rapporti documentati che finiscono al centro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. E lì vengono risucchiati dal silenzio e dagli interessi geopolitici ed economici contrapposti, dove le vittime muoiono per la seconda volta.
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