Partiti a «identità labile», la forza di Draghi nel mare in tempesta

Era scontato che all’approssimarsi della scadenza elettorale crescesse la combattività dei partiti. Può dispiacere, ma è la dura lotta per la vita. Lo è doppiamente perché la convivenza, fianco a fianco, voto di fiducia dopo voto di fiducia, scolorisce inevitabilmente l’agenda di ciascuno, la sua ragion d’essere, persino la sua identità. Dunque, la tentazione è di dar fuoco alle polveri, badando però a non farsi male. C’è infatti un limite invalicabile, oltre il quale si vede spalancarsi una voragine: l’impopolarità, ossia lo scontato flop elettorale nel caso del voto anticipato.

L’assicurazione/minaccia che non c’è alternativa al presente governo di unità nazionale e che, di conseguenza, chi si sfila dalla maggioranza è responsabile delle elezioni anticipate, sono i due assi che Draghi ha calato durante la conferenza stampa. Forte dell’appoggio di Mattarella, che dispone del bazooka delle elezioni anticipate, Draghi ha inchiodato Conte alle sue responsabilità. In particolare, lo ha richiamato sui rischi di un passaggio all’appoggio esterno al governo, con quel che rimane del gruppo dei Cinquestelle. Si badi bene: Draghi ha parlato a Conte, ma voleva che anche Salvini intendesse. M5S e Lega, infatti, sono i due partiti che dentro la presente «maggioranza larga» si sentono sempre più alle strette. Non a caso, sono anche le due forze politiche con gli equilibri interni più traballanti (parliamo del Carroccio) o già investite (il riferimento è ovviamente ai grillini) da un rovinoso franamento, peraltro tuttora in corso.

Gli ex partner dell’alleanza giallo-verde si ritrovano, insomma, tra l’incudine e il martello. Se restano nel recinto della maggioranza, sentono l’aria mancare. Se escono, proverebbero l’ebbrezza di chi ha finalmente le mani libere, ma al costo di uno scontato isolamento e di una già evidente incapacità a offrire un’alternativa di governo. Il gioco si è fatto per loro particolarmente duro perché sono cambiati clima politico e spazio d’azione dei partiti. Mi spiego. Fino a quando non si è presentata, in tutta la sua drammaticità, l’emergenza, prima del coronavirus e poi di un conflitto nel cuore dell’Europa, sparare ad alzo zero sulla casta politica era conveniente. La pericolosità della presente crisi insieme energetica, economica e sociale ha invertito le aspettative dell’opinione pubblica. Ora essa non domanda meno governo, ma più governo.

In secondo luogo, in questo contesto appare in tutta la sua evidenza la fragilità dei partiti - li vogliamo chiamare post-ideologici? Basta che li definiamo con identità labile. I vecchi partiti avevano solide organizzazioni e stabili programmi d’azione. I partiti della Seconda e Terza Repubblica cercano di sopperire al vuoto di convinzioni, abbracciando la causa del tema popolare del momento: oggi la protesta anti-immigrati o il rifiuto della casta, domani la richiesta di un sollievo fiscale o una pioggia di bonus. Il tutto a prescindere dalla praticabilità e sostenibilità delle richieste avanzate e in assenza di una proposta credibile di governo. I partiti sono portati a divenire movimenti «single issue», ossia monotematici, solo che cambiano la «issue» al mutare del vento. Di conseguenza, conoscono strappi di velocità quando trovano il vento nelle vele e si arenano quando il vento si affloscia. Oggi raggiungono vette da capogiro, 30-40%, domani (un domani sempre più ravvicinato) scoprono di esser stati abbandonati dall’elettorato, Precipitano al 15%, 10% o 2%. È questa la forza di Draghi. Quando il mare è agitato, è meglio affidarsi alla guida di un comandante di provata esperienza nel manovrare le vele e, fuor di metafora, di salda presa sulle leve del governo.

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