Plebiscito per Di Maio
Ma comanda Salvini

Come previsto la votazione on line sulla piattaforma Rousseau indetta da Luigi Di Maio per chiedere ai militanti di confermargli il ruolo di capo politico, è finita come doveva finire. E cioè con l’80% dei voti a favore del giovane ma navigato leader di Afragola. Su 57 mila votanti, solo 11 mila hanno detto «no», evidentemente non ritenendo più Di Maio adeguato a quella responsabilità dopo la pesantissima batosta elettorale. La perdita in un anno di sei milioni di voti su dodici non ha consigliato a Di Maio di fare un passo indietro (come aveva fatto Matteo Renzi dopo il risultato dell’altrettanto pesante sconfitta del 2018).

Viceversa, ha chiesto e ottenuto dai capi corrente (Grillo, Casaleggio, Fico, Di Battista) di essere sostenuto con la votazione on line finalizzata a rinforzare una leadership brutalmente azzoppata dalla scoppola ricevuta. Di Maio inoltre non ha alcuna intenzione di lasciare gli altri incarichi: ministro dello Sviluppo economico, ministro del Lavoro e vicepresidente del Consiglio, come gli hanno chiesto i «frondisti» tra cui Carla Ruocco, Gianluigi Paragone – che ha annunciato le dimissioni da senatore – e altri. Dietro costoro i dimaiani vedono la mano di Alessandro Di Battista, l’amico-avversario che sembra tornato in campo per riparare, ha detto, «alle tante c… fatte in questi mesi». Fatte da chi è inutile chiedere.

Dopo la votazione plebiscitaria di ieri sera però anche le critiche di «Dibba» si dovranno attenuare: il plebiscito telematico farà andare avanti le cose come sono, almeno in apparenza. Dietro le quinte però già si sente il tonfo di varie teste che stanno cadendo: collaboratori, comunicatori, consiglieri, che stanno pagando – loro – la sconfitta del capo. In tutto ciò non è chiaro tuttavia quale sia la linea che Di Maio vuol perseguire per risalire dal pozzo in cui è caduto e quale intenzione abbiano i grillini nei confronti del governo e dell’alleato Salvini. Tenere le bocce ferme è per il momento l’unica parola d’ordine, poi si vedrà se convenga far saltare tutto su un tema identitario (la Tav?) o provare ad andare avanti rinserrandosi nel palazzo del potere reso ancora sicuro dai rapporti di forza parlamentari scaturiti dalle elezioni politiche dell’anno scorso che le Europee non potevano scalfire. Alla Camera e al Senato i pentastellati sono ancora la maggioranza e teoricamente dovrebbero dettare legge. Il condizionale è d’obbligo se si guarda al Senato, dove il margine di sicurezza del governo è risicatissimo, una manciata di voti. Ma le defezioni e i mugugni possono esplodere da un momento all’altro e trasformarsi in dissenso: per esempio quando arriverà nell’aula di Palazzo Madama il decreto sicurezza-bis di Salvini. Se verrà meno la maggioranza al Senato – un classico della Seconda Repubblica – Conte dovrà rassegnare le dimissioni e si aprirà uno scenario ancora più incerto. Già si guarda il calendario e si individuano le date buone per andare a votare: dalla metà di settembre ogni domenica sarebbe buona.

Quanto a Salvini per il momento non sembra intenzionato ad accendere le polveri e nemmeno a regalare alibi ai grillini: il caso del sottosegretario leghista Rixi condannato in primo grado per la vicenda delle spese pazze alla Regione Liguria, è stato subito chiuso con le dimissioni «spontanee» dell’interessato. Salvini è stato chiaro: se il M5S ci sta ad accettare le sue priorità (Tav, autonomia regionale, sicurezza, flat tax, ecc.) si va avanti. Se invece prevale la linea barricadera di Di Battista salta tutto. Nel frattempo il vicepremier, seguito da una frotta di parlamentari leghisti esperti di economia, si è presentato a via XX Settembre per discutere con il ministro Tria su come rispondere alla lettera della Commissione europea sui costi pubblici malandati e come impostare la prossima legge di Bilancio. Tanto per far capire chi comanda adesso.

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