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MONDO. «È fuori controllo o squilibrato». Questo dice di Donald Trump John Bolton, non uno qualsiasi, ma uno che lo conosce bene essendo stato suo consigliere per la sicurezza nazionale.
Non c’è dubbio che nello stile, oltre purtroppo anche nei suoi comportamenti, c’è un’overdose di narcisismo che lo porta a sentirsi l’epicentro del mondo. Questo non toglie che vada preso sul serio. Se è presidente degli Stati Uniti, lo si deve a un elettorato, in ben due elezioni (2016 e 2024) risultato maggioritario, che sostiene le sue idee e le sue scelte. Sarà bene perciò cercare di distinguere quello che è del personaggio da quello che invece è dell’opinione pubblica e della politica americana. Distinguere insomma il contingente dallo strutturale.
Forse già fra tre anni, l’attuale inquilino della Casa Bianca farà le valigie e allora sarà difficile che ne subentri uno della sua stessa stoffa. Uno che minacci dazi al 200% a un Paese alleato solo perché il suo presidente (Macron) si permette di eccepire sulle pretese avanzate sulla Groenlandia. Che abbia l’ardire di mostrare cartine geografiche in cui inglobi negli Stati Uniti interi Paesi (Canada, Venezuela, Groenlandia). Che decida di non occuparsi più della pace semplicemente perché non ha ricevuto il premio Nobel.
Consoliamoci col fatto che Trump passerà. Resteranno però gli Stati Uniti con i loro interessi e la loro potenza. Non si può perciò non prendere atto che il tycoon ha solo accelerato, portando all’estremo, una tendenza di lungo periodo della politica americana. Di suo c’ha messo una brutalità unica, priva non solo di un minimo di galateo diplomatico, ma anche di una seria, ponderata valutazione delle conseguenze che nel lungo periodo avranno i suoi affondi contro l’ordine internazionale e l’assetto costituzionale del suo Paese. Non è poca cosa.
Ha trasformato infatti quella che appariva come una transizione verso un ordine più consono allo scenario del III millennio in una vera frattura. Le fratture, come si sa, anche ricomposte, lasciano sempre delle cicatrici e spesso anche dei risentimenti duri a morire. Trump o non Trump - ma a maggior ragione dopo gli strappi da lui apportati - l’ordine mondiale non sarà più quello di prima. Fine del multilateralismo nelle relazioni internazionali. Fine della storica alleanza dell’Occidente, così come è uscita dalla Seconda guerra mondiale. Fine persino della solidarietà fra le democrazie, fondata sulla condivisione di alcuni valori comuni irrinunciabili.
L’allentamento dei rapporti degli Stati Uniti con l’Europa, inevitabile dopo la caduta del Muro di Berlino, è diventato uno strappo che lacera un’alleanza durata ottant’anni e che costituiva un pilastro dell’ordine mondiale. Con le conseguenze del caso. Il Vecchio continente, rimasto orfano della superpotenza americana, si trova davanti a una scelta cui non può sfuggire: o affrettarsi a divenire solidalmente una potenza capace di essere rispettata nei suoi interessi e salvaguardata nella sua incolumità, oppure essere destinata a un drammatico isolazionismo in cui ognuno fa per sé.
Non è detto, però, che l’America sia destinata a raccogliere solo frutti da questo strappo. Sull’altra sponda dell’Atlantico qualcuno parla di una nuova età dell’oro. Non tiene conto, però, di una lezione della storia. Un impero si costruisce con la forza ma si conserva con una rete di solidarietà. L’impero romano offriva addirittura la cittadinanza ai nuovi popoli inseriti nei suoi confini. L’Inghilterra non si limitava a sfruttare le risorse economiche delle sue colonie. Cercava di costruire delle relazioni che saldassero stabili legami con Londra. Non a caso è riuscita a mantenere, diversamente dalle altre potenze coloniali, buoni rapporti che le hanno consentito di costruire il Commonwealth. Non s’è mai vista una grande potenza che si inimica tutti gli alleati e che da sola sfida l’intero mondo.
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