Pragmatismo, la spinta di Draghi all’Europa

MONDO. C’è una parola che Mario Draghi, ex governatore della Bce e di Bankitalia, ex premier, ripete come un martello, senza enfasi ma con ostinazione: pragmatismo.

Non è una parola di moda, non scalda le piazze, non fa sognare anche se il sogno europeo, a ben vedere, si è rivelato tale a posteriori: Schuman, Adenauer e De Gasperi li chiamavano progetti. Ma oggi, nel cuore stanco dell’Europa, potrebbe essere l’unica ancora di salvezza.

È questo il filo rosso che attraversa i suoi interventi più recenti, da Oviedo al Belgio, dove l’ex presidente della Bce ha parlato con la calma di chi non ha più nulla da chiedere alla politica, ma molto da dire all’Europa. Draghi è un banchiere, non indulge nella retorica. Dice le cose come stanno. E le cose, per l’Unione, non stanno affatto bene. «Quasi ogni principio su cui si fonda è sotto attacco», avverte. Non è un allarme generico: è una diagnosi comprovata dai fatti. L’Europa rischia di essere, contemporaneamente, subordinata, divisa e deindustrializzata, messa in ginocchio dalle superpotenze e emergenti e tradita dall’America trumpiana. Una sequela di locuzioni che, messe insieme, raccontano un declino più che una crisi.

Draghi mette l’Europa davanti a un bivio brutale: restare un grande mercato, esposto alle priorità altrui, terreno di scorrerie finanziarie ed economiche, oppure diventare finalmente una potenza

Il mondo che conoscevamo - l’ordine globale costruito dopo la Seconda guerra mondiale - non esiste più. Non perché fosse un’illusione, sottolinea Draghi, ma perché non è stato capace di correggere le proprie storture. Ha favorito gli Stati Uniti come potenza egemone, ha garantito all’Europa stabilità e integrazione, ha tolto dalla povertà miliardi di persone nei Paesi in via di sviluppo. Ma oggi quel sistema è crollato e la vera minaccia non è il vuoto che lascia, bensì ciò che lo sostituisce: un mondo sofisticato e belluino allo stesso tempo, di rapporti di forza, dazi, soprusi e ricatti geopolitici. In questo scenario, Draghi mette l’Europa davanti a un bivio brutale: restare un grande mercato, esposto alle priorità altrui, terreno di scorrerie finanziarie ed economiche, oppure diventare finalmente una potenza. E per farlo - qui sta il punto che molti preferiscono non ascoltare - serve più integrazione, non meno. Serve passare dalla confederazione alla federazione. Non per ideologia, ma per necessità. Dove l’Europa si è davvero federata, ricorda Draghi - commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria - ha funzionato. È stata rispettata. Ha negoziato come soggetto unico. Gli accordi con l’India e con il Mercosur dell’America Latina (anche se legioni rabbiose di agricoltori lo contestano). Dove invece ha esitato, ha rinviato, ha cercato il compromesso al ribasso, ha perso peso e voce. Da qui la proposta di un nuovo federalismo pragmatico: non un’Europa monolitica e astratta, ma alleanze flessibili, coalizioni di volenterosi (da non confondere con i Volenterosi pro Ucraina del contesto bellico) attorno a interessi strategici comuni. Difesa, industria, tecnologia, energia. Meno dichiarazioni di principio, più scelte operative. È il pragmatismo europeo che Draghi rivendica: non la rinuncia ai valori, ma il modo concreto per salvarli.

Il mondo che conoscevamo - l’ordine globale costruito dopo la Seconda guerra mondiale - non esiste più. Non perché fosse un’illusione, sottolinea Draghi, ma perché non è stato capace di correggere le proprie storture. Ha favorito gli Stati Uniti come potenza egemone, ha garantito all’Europa stabilità e integrazione, ha tolto dalla povertà miliardi di persone nei Paesi in via di sviluppo

Il rischio è che Draghi diventi un’autorevole e riverita Cassandra europea: capace di vedere il futuro, di descriverlo con lucidità, di indicare la strada, ma condannata a non essere creduta. Se così fosse, il Vecchio Continente continuerà a scivolare ai margini della storia

Il confronto con Stati Uniti e Cina è impietoso. Washington cerca il dominio insieme al partenariato usando il bastone dei dazi e la carota della Nato. Pechino esporta i costi del proprio modello di crescita. L’Europa, invece, si è costruita su un’altra logica: non la forza, ma la volontà comune; non la sottomissione, ma il beneficio condiviso. Ed è proprio questa fragilità originaria che oggi viene sfruttata. I dazi, le pressioni sugli interessi territoriali, la tentazione, ormai esplicita, di considerare la frammentazione europea come un vantaggio strategico per altri. Il paradosso è tutto qui. Draghi parla, avverte, propone, analizza il Vecchio Continente e le sfide globali con la lente di economista e banchiere, ovvero attraverso uno sguardo finanziario. Viene applaudito, premiato, ascoltato nei consessi più prestigiosi. Ma poi? Poi l’Europa torna alle sue liturgie, ai veti incrociati, alle paure nazionali travestite da prudenza. Il rischio è che Draghi diventi un’autorevole e riverita Cassandra europea: capace di vedere il futuro, di descriverlo con lucidità, di indicare la strada, ma condannata a non essere creduta. Se così fosse, il Vecchio Continente continuerà a scivolare ai margini della storia. E allora il pragmatismo di Draghi non sarà stato un tradimento dell’ideale europeo, ma il suo ultimo, inascoltato tentativo di salvezza.

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