(Foto di Ansa)
MONDO. C’è un confine sottile, quasi invisibile ma essenziale, che separa la legittima critica politica dal cortocircuito istituzionale.
È quel confine che, negli ultimi giorni, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra aver valicato destando più di una preoccupazione tra gli osservatori più attenti alle dinamiche dello Stato di diritto. Il caso della sentenza del Tribunale di Palermo, che ha disposto un risarcimento per la Ong Sea Watch, è diventato il terreno di uno scontro che trascende il merito della vicenda migratoria. La questione, infatti, non è più soltanto stabilire se quella nave dovesse o meno essere trattenuta — punto su cui, peraltro, la Cassazione si è già espressa con una chiarezza che mal si concilia con le ricostruzioni fornite via social da Palazzo Chigi — ma riguarda il metodo con cui il vertice dell’esecutivo si relaziona con il potere giudiziario.
Quando la premier Meloni si domanda pubblicamente se il compito dei magistrati sia quello di «far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettarla», compie un’operazione che va oltre il diritto di critica
Quando la premier Meloni si domanda pubblicamente se il compito dei magistrati sia quello di «far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettarla», compie un’operazione che va oltre il diritto di critica. È un interrogativo che suona come una delegittimazione dell’ordine giudiziario, presentato all’opinione pubblica come un corpo estraneo o, peggio, ostile agli interessi nazionali. Già in occasione degli scontri di Torino, quando un poliziotto venne preso a martellate, avevamo colto il segnale di una certa insofferenza, con quell’invito rivolto ai magistrati a usare maggiore «severità». Ma la severità, in una democrazia matura, in uno Stato di diritto, non è una direttiva che piove dal Governo: è l’esito di un processo celebrato nelle aule di giustizia sulla base di prove e codici, non di agende politiche. La commistione tra il «primo» e il «terzo» potere rischia di incrinare quell’equilibrio di pesi e contrappesi che è il cuore del nostro sistema repubblicano.
Questa tendenza cela un’insidia ancora più profonda: la ricerca di un «colpevole» istituzionale su cui scaricare le difficoltà dell’azione di governo
Questa tendenza cela un’insidia ancora più profonda: la ricerca di un «colpevole» istituzionale su cui scaricare le difficoltà dell’azione di governo. Se le politiche migratorie o di ordine pubblico incontrano ostacoli normativi, la strada maestra dovrebbe essere quella della revisione legislativa nelle sedi opportune, non quella dell’attacco frontale a chi quelle leggi deve applicare. Alimentare il sospetto che esistano «toghe nemiche» significa erodere la fiducia dei cittadini non solo verso la magistratura, ma verso lo Stato stesso, creando una frattura tra la «volontà del popolo» — interpretata dall’esecutivo — e il dettato costituzionale custodito dai giudici. È una deriva che scambia la sovranità con l’assolutezza, dimenticando che in democrazia nessuno è legibus solutus.
Sullo sfondo c’è la delicata partita della separazione delle carriere. È una riforma che, nelle intenzioni dichiarate, vorrebbe rafforzare l’imparzialità del giudice, rendendolo figura «terza» rispetto all’accusa. Tuttavia, se il dibattito viene accompagnato da costanti attacchi dell’esecutivo alle sentenze sgradite, il sospetto che l’obiettivo reale sia un altro diventa inevitabile. Il rischio è infatti che la riforma venga percepita non come un atto di civiltà giuridica, ma come un tentativo di isolare la magistratura per condizionarla meglio, privandola di quell’autonomia che è garanzia di uguaglianza per tutti i cittadini davanti alla legge. Se il presidente del Consiglio strumentalizza un verdetto tecnico per alimentare una polemica elettorale referendaria, come si può poi chiedere ai cittadini di credere nella genuina volontà di garantire l’indipendenza delle toghe? Le sentenze si rispettano e si possono, certamente, discutere. Ma tra la discussione e la strumentalizzazione corre un solco profondo. Al Paese servirebbe un clima di collaborazione leale tra le istituzioni, come ha rimarcato Mattarella al plenum del Csm, non una perenne campagna elettorale combattuta a colpi di video contro chi, per mestiere, è chiamato ad applicare la legge, anche quando questa non coincide con i desiderata di chi governa.
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