Se giudici e giornalisti disturbano chi governa

ITALIA. Nel suo incontro di inizio anno con la stampa parlamentare Giorgia Meloni ha rivendicato con forza i risultati del suo governo.

Ha denunciato i limiti di bilancio che hanno frenato il programma, ha confermato che intende arrivare alla fine della legislatura qualunque sia l’esito del referendum sulla giustizia (che si terrà probabilmente il 22 e 23 marzo), qualunque tensione attraversi la maggioranza, qualunque ostacolo gli avversari vogliano mettere sulla sua strada. E tra gli avversari, più che l’opposizione - quasi per niente citata se non per dire che se ne attende il contributo sulla riforma della legge elettorale («altrimenti faremo a maggioranza») – la premier ha citato soprattutto i giudici e in parte proprio i giornalisti. Quanto ai magistrati ha puntigliosamente elencato gli ultimi casi in cui soggetti pericolosi «come l’imam di Torino o il finanziatore di Hamas Hannoun» sono stati individuati e fermati dalle forze dell’ordine ma troppe volte rilasciati dalla magistratura; e poi ha ricordato che il «modello Albania» che in Europa fa scuola per gestire oltre confine Ue l’immigrazione clandestina è stato finora vanificato proprio dall’atteggiamento pregiudiziale della magistratura, e infine ha accusato l’Anm di diffondere vere e proprie falsità nella campagna referendaria contro la riforma Nordio sulla separazione delle carriere: «Mi dicano dove sta scritto nel testo della riforma che le procure andranno sotto il controllo politico… diffondere fake news è delegittimante per i giudici in primo luogo».

La politica estera

Insomma, le toghe hanno occupato una buona parte della conferenza stampa durata tre ore per la bellezza di quaranta domande da parte di giornalisti cui Meloni non ha risparmiato critiche: ha criticato i «retroscena» di governo a suo giudizio inventati di sana pianta e le rivelazioni da fonte opaca sulla sua stessa vita privata, rigettando così la polemica di nuovo sollevata sul caso di spionaggio «Paragon» ai danni di vari giornalisti anti-governativi e di altri personaggi. Ma al netto della reprimenda verso gli avversari, è stata soprattutto la politica estera a dominare l’incontro. Premesso che «la sinistra riesce sempre a posizionarsi dalla parte sbagliata», a chi le chiede se lei proprio non ha mai alcunché da obiettare alle posizioni di Trump, ha una facile risposta nel citare la sottoscrizione italiana del duro statement europeo di due giorni fa contro le tentazioni trumpiane sulla Groenlandia, mentre sull’intervento Usa in Venezuela ribadisce il suo favore, contenta che i prigionieri italiani nelle carceri di Maduro vengano rilasciati. Se le si fa notare che ha in maggioranza una quinta colonna «filo-russa», ossia Salvini, naturalmente smentisce la definizione, ma poi si dice d’accordo con Macron quando afferma che con la Russia bisogna pur parlare. Ripete che mentre a Gaza, sotto ombrello Onu, l’Italia è pronta a partecipare con i Carabinieri, ad una missione di pace, è contraria ad un analogo impegno in Ucraina che sarebbe operato dai Paesi Volenterosi senza il patrocinio legittimante delle Nazioni Unite. Viceversa nota con soddisfazione che si fa strada la proposta italiana di garantire la sicurezza dell’Ucraina, una volta raggiunta la pace, con l’applicazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico (se un Paese viene attaccato, gli altri lo difendono).

Il Green Deal e la politica migratoria

Insomma Meloni resta fedele alla narrazione di un Paese che, nella stabilità politica, finanziaria e di governo, ha trovato il modo di essere riconosciuta come soggetto credibile e autorevole tanto che ha ottenuto importanti modifiche alla politica europea sull’immigrazione e anche sul Green Deal. E quest’ultimo è citato come una delle cause della crescita insoddisfacente («vedi la crisi dell’automotive»). Le chiedono anche come sono i rapporti con il Quirinale: «ottimi» risponde lei come da prassi, per aggiungere, più realisticamente: «Non sempre siamo d’accordo come è normale ma so che quando c’è da difendere l’interesse nazionale il Presidente Mattarella è un punto di riferimento sicuro».

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