Sovranismo soft, a destra una sfida complicata

ITALIA. Sembra in tono minore la convention romana, oggi, di Identità e democrazia, l’eurogruppo di estrema destra che comprende la Lega.

Contano le assenze. Non c’è fisicamente Marine Le Pen, che era presente al raduno di Pontida. Il suo Rassemblement è dato quale primo partito in Francia ed è in via di normalizzazione istituzionale, cercando di entrare nell’era del post populismo in nome del realismo più che del ripensamento sulla retta via: recentemente Madame Marine, alla guida di un partito filo Putin, ha sterzato pro Ucraina e ieri il suo braccio destro, Bardella, sconfessando Salvini, ha detto che la Russia non è democratica. La destra radicale francese appare più in modalità Meloni che non salviniana. Assente perché non invitata anche l’estrema destra tedesca, il gruppo più impresentabile del club, e mancheranno all’appuntamento pure i governatori leghisti del Nord, più o meno assenti giustificati.

Salvini programma il voto di giugno stando con Trump e Putin e quindi scegliendo l’isolamento: il suo problema è che, per quanto le varie destre radicali siano in leggera crescita in Europa, lui continua a scendere. Martellare contro Bruxelles non gli ha portato fortuna e alle Europee si gioca il proprio futuro. Comincia ad avere problemi interni dopo gli insuccessi in Sardegna e Abruzzo: la questione del terzo mandato, cioè Zaia, il rallentamento legislativo dell’autonomia regionale differenziata, la possibile candidatura del generale Vannacci che continua a urticare un pezzo del partito, lo snodo dei congressi a partire da quello della Lombardia. Senza che in Europa si possa aprire una qualche prospettiva di agibilità politica. Il mondo di Salvini e associati resta ai margini, perché non può avere capacità di coalizione, in quanto nei suoi confronti vige il «cordone sanitario» steso dalle formazioni europeiste. Valutata con il metro della razionalità politica, e quindi in termini di utilità per il suo partito che dialoga con le forze produttive del Nord, l’azione di Salvini in questi anni s’è risolta in un autolesionismo consapevole per quanto dissimulato da un giovanilismo da influencer. L’uomo che aveva ricostituito l’elettorato di destra dopo la stagione berlusconiana è riuscito a dissiparlo un po’ per responsabilità propria e un po’ perché gli è stato scippato dal legittimo titolare, FdI, che pochi avevano visto arrivare. La Lega nel 2019 aveva il 34%, oggi è fra il 7-8% sorpassata da FI e finita nell’angolo di una nicchia di estrema destra improduttiva.

Per stile e contenuti è l’uomo di un’altra stagione, ha scritto il politologo Giovanni Orsina su «La Stampa», richiamando una fase in esaurimento: il circo pirotecnico del 2013-21019, il ciclo del risentimento anti-sistema, il botto grillino, la volatilità di un elettorato umorale in cerca del nuovo. La pandemia e poi le guerre hanno creato stanchezza psicologica nell’opinione pubblica, sollecitando apatia da astensione elettorale e una domanda di moderazione. Se l’Italia, con Salvini e Grillo, è stata il laboratorio della fase dirompente del nazional-populismo, oggi con Meloni ne interpreta la fase successiva: quella di ingresso nel potere senza dimenticare la propria origine radicale, e quindi non intenzionata ad attrarre i moderati, ma adeguandola opportunisticamente alla realtà. Salvini non ha problemi di pesare gli equilibri, in quanto carattere di rottura, mentre la premier è costretta ad averli. Meloni ha investito molto della propria reputazione sulle relazioni internazionali e in parte c’è riuscita, come testimonia la stampa internazionale.

Le ambiguità del cosiddetto sovranismo pragmatico però non mancano e si risolvono in un delicato equilibrismo. Come premier deve curare al meglio i rapporti con Biden, lasciando comunque socchiusa la porta all’eventualità Trump per non tagliarsi i ponti alle spalle. Il sodalizio con Ursula von der Leyen funziona bene come accredito della premier italiana in Europa, ma sta affaticando la candidatura della tedesca, espressione dei popolari, per il secondo mandato alla guida della Commissione europea, impallinata dal suo stesso partito. Meloni cerca l’equazione impossibile, cioè portare il bastian contrario e filo Putin Orban al tavolo dell’establishment, mentre già da ora - almeno a parole - socialisti e liberali sono contrari all’eventualità di allargare la maggioranza ai conservatori della leader italiana.

Se Salvini in Europa è fuorigioco, paradosso vuole che il destino di Meloni sia in mano soprattutto ai suoi avversari storici, cioè al Partito popolare, in particolare alla componente democristiana tedesca: sono loro l’ago della bilancia, quelli che dovranno stabilire i confini a destra, cercando di coniugare ciò che spetta al consenso elettorale e quanto tocca alle proprie radici culturali per non tradirle. Questo per dire come le nuove forme del sovranismo soft abbiano ricadute sui partiti storici, chiamandoli a sfide complicate: resta da vedere che esprimano un orizzonte positivo.

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