Studenti universitari, la scomparsa dei libri

ITALIA. Sono almeno 25 anni che i professori universitari stanno sperimentando una profonda difficoltà. Ora, come si suol dire, «Il re è nudo». La maggioranza degli studenti studia su appunti, slide, fotocopie sparse, sentiti dire, registrazioni delle lezioni, sintesi scaricate on line più o meno a pagamento.

Una miniaturizzazione delle conoscenze e una bignaminizzazione del pensiero che vanno di pari passo con l’abitudine all’approssimazione, alla superficialità e, purtroppo, all’incremento della sindrome di Kruger-Dunnin per la quale più si è ignoranti più si è fiduciosamente convinti di non esserlo. Il contrario della sindrome socratica classica in base alla quale più si sa e più si sa di non sapere. E ciò proprio perché si è attenti alla profondità e alla complessità di ogni pensare che poi, come sanno bene i francesi, significa non solo «penser», ma anche «peser» (pesare e soppesare) e «panser» (aver cura, nel nostro caso del rigore delle parole e dei concetti).

I libri in generale sembrano quindi scomparsi dal costume della maggioranza degli studenti universitari. E non per il loro costo, visto che, fatte le somme, anche il commercio dei materiali alternativi lo implica. E nemmeno per una forma di economia del tempo: «studiare» su questi materiali sparsi e disparati richiede più o meno il tempo a cui costringerebbe l’ordinata lettura di un libro, manuale o monografia che sia. È proprio la dimensione del libro, in università, che pare oggi in crisi, visto che anche qui sono diventate dominanti sia le battute (nel doppio senso di motti di spirito o comunicativi e di numero dei caratteri) che reggono X, Facebook, WhatsApp,Tik Tok sia gli scrolling compulsivi da 160-190 volte al giorno. «Mi sembra che il linguaggio venga sempre più usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile», scriveva Italo Calvino nel 1985. Che direbbe oggi? Poiché tra i 19 e i 26 anni un giovane italiano su due frequenta l’università, c’è allora da domandarsi come facciano i docenti, in queste condizioni, a dare a due laureati su tre un voto di laurea superiore a 100 e ad uno su quattro 110 e lode. Con atenei dove si sfiora la media del 108. Analogamente dovrebbe far molto problema il fatto che il 22% dei nostri giovani fino a 34 anni non studino, non lavorino e nemmeno cerchino formazione e occupazione. Vivono sul reddito prodotto o ereditato delle famiglie. Oppure addirittura in stati di emarginazione sociale.

Per questo si dovrebbe discutere se, oggi, ha ancora senso formativo ed efficacia motivazionale il modello tradizionale della lezione accademica: un gruppo più o meno ampio di studenti seduti in un’aula ad ascoltare un professore che parla e che, agli esami di venti minuti quando va bene, chiede conto, si spera in modo argomentato e critico, di quanto ha spiegato durante il suo corso. La legge 79 del 2022 (comma 6-sexies dell’art. 14) ha del resto già abrogato la dizione «lezione frontale», quella dei canonici 45 minuti. L’ha sostituita con la perifrasi «svolgimento dell’insegnamento nelle varie forme previste». Potremmo dire: flipped classroom, laboratori, lavori di gruppo, problem solving, e-learning, forme varie di tutorato tra pari e no, analisi di casi e discussione di incidenti critici alla luce di precise teorie date e studiate, varie attività digitali di studio e ricerca in e outdoor ecc.

La legge ha anche superato la pratica delle 120 ore di «lezioni frontali» a cui sarebbero annualmente tenuti i docenti universitari. Chiede loro soltanto lo «svolgimento dell’insegnamento nelle varie forme previste» dai regolamenti universitari. Sarebbe interessante però sapere quanti atenei abbiano tenuto conto di queste novità normative. Se non altro per tornare almeno all’università medievale: cioè, per un verso, alla prassi del legere textum inteso come lettura profonda e come ricerca logico-analitica e storico-critica di e su testi fondamentali dei vari saperi; e, per l’altro verso, come dispute sui problemi emersi ed approfonditi nel legere textum, dispute che siano ordinarie (quaestiones disputatae) o che siano straordinarie (quodlibetales) in occasione di una ricorrenza, un’emergenza, un problema inedito, un fatto di cronaca, una «giornata particolare» per sé, per il vivere civile e per il mondo del lavoro.

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