Testimoni di fraternità, messaggio ai governi

MONDO. Nessuno, siamo convinti, la rispetterà. Nessuno tra coloro che sono coinvolti nei 70 conflitti noti o dimenticati si è posto in queste ore la questione della tregua olimpica. D’altra parte mai la tregua olimpica ha posto fine ad un conflitto armato e mai è stata rispettata nemmeno per qualche ora, neppure alle Olimpiadi antiche.

Dunque perché tornare a parlarne «con ostinata determinazione» come ha sottolineato il presidente delle Repubblica Sergio Mattarella due giorni fa a Milano? La tregua olimpica va sfilata dal mito che le è stato costruito attorno e salvata da una narrazione fantastica, frase di rito al cospetto della fiamma olimpica. Solo così la tregua olimpica riacquista valore e diventa messaggio. La versione moderna dell’idea nasce nel 1993, assedio di Sarajevo, città olimpica diventata bersaglio di cecchini e artiglierie. L’Onu, che a Sarajevo non riuscì a fermare la guerra, firmò una solenne dichiarazione e da allora accade ogni Olimpiade, senza farsi tante illusioni. Anche in vista di Milano-Cortina qualche mese fa in Grecia si è svolta la solenne cerimonia dell’invocazione della tregua olimpica nella totale assenza di tutti i leader dei Paesi impegnati in una guerra. Eppure il valore simbolico della tregua olimpica va riscoperto e ribadito, nonostante l’insuccesso prevedibile sul piano concreto.

Un buon esempio, l’unico concreto di adesione alla tregua olimpica, lo hanno dato ieri i portuali di 21 scali marittimi del Mediterraneo e di Amburgo e Brema, che si sono rifiutati di caricare navi con armi da guerra. C’è una ragione. La parola greca che la definisce «ekecheiria» significa tenere giù le mani, disarmare braccia, cuori e menti, pace «disarmata e disarmante» secondo Papa Leone È un concetto che marchia lo sport ben oltre i periodi olimpici ed è uno strumento che invita alla riflessione sui valori dello sport, cioè su quella «cultura dell’incontro» che sola può contrastare «prevaricazione», «esibizione della forza» e «indifferenza per il diritto». Sono parole della Lettera sullo sport pubblicata ieri da Papa Leone, straordinario compendio di analisi sul valore dello sport come utile attrezzo «di integrazione e dignità» per educare alla vita. Leone e Mattarella ancora una volta indicano insieme la prospettiva dalla quale definire lo spirito olimpico e sulla quale ispirare concretamente la vita internazionale. Mattarella ha chiesto che quei valori vengano «praticati e non soltanto ammirati», andando al cuore del messaggio della tregua olimpica: «Promuovere la pace, la comprensione umana, il dialogo, la tolleranza, la riconciliazione». I Giochi sono una lezione di talento, di sacrificio, di dolore e di gioia, tutti gli atleti uguali, secondo il motto olimpico «più veloce, più in alto, più forte, insieme». Ma è l’ultima parola «communiter» che può fare dello sport un messaggio e della tregua olimpica un sussidiario perfetto di riflessione a cui «dovrebbero ispirarsi tutti i governi del mondo nelle relazioni tra di loro». Ancora parole di Mattarella, ancora una sollecitazione a considerare lo sport come testimonianza di fraternità, esattamente «il contrario di un mondo dove prevalgono barriere e incomunicabilità».

Lo sport non può sostituire la diplomazia, gli atleti non hanno il potere di rimediare alle ingiustizie, proporre mediazioni, ma il loro esempio può innescare un ragionamento sulle relazioni umane e tra i popoli, che non sia costruito solo attorno alla sintassi del conflitto. Il Papa e il presidente hanno proposto una grammatica alternativa a quella del rancore e della contrapposizione che governa oggi le relazioni multilaterali, intrecciando sport e politica e prendendo a prestito dallo sport le parole che oggi la geopolitica internazionale non sa più o ha paura di pronunciare.

Lo sport non può sostituire la diplomazia, gli atleti non hanno il potere di rimediare alle ingiustizie, proporre mediazioni, ma il loro esempio può innescare un ragionamento sulle relazioni umane e tra i popoli, che non sia costruito solo attorno alla sintassi del conflitto

La tregua olimpica serve dunque ad aprire spazi anche simbolici di analisi e di denuncia. Dimostra che lo sport non vive e gioca su un altro pianeta, ma in questo con i suoi guai e i suoi drammi. E può insegnare, stimolare, protestare perfino, anche in silenzio come fecero Panatta e gli azzurri alla Davis nel Cile di Pinochet indossando in campo la maglia rossa o le «pantere nere» americane con il pugno alzato alle Olimpiadi del Messico e Jesse Owens, semplicemente vincendo in Germania nel 1938. La firma del presidente e degli atleti sul «Muro della Tregua olimpica» è la scelta di chi non vuole essere complice e ha deciso che è meglio pensarci su in questi giorni su con «ostinata determinazione».

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