Tutelare la vita senza eccezioni

MONDO. Guerre su larga scala, carestie e migrazioni forzate caratterizzano anche la nostra epoca, che in Occidente beneficia del progresso declinato in varie forme. L’era della cosiddetta post modernità non è riuscita ad affermare però radicalmente e universalmente un valore inderogabile: la sacralità della vita.

Ha fatto discutere in questi giorni la tragica storia di Indi, otto mesi, affetta da una rarissima malattia genetica degenerativa che provoca il mancato sviluppo dei muscoli. La piccola non era mai uscita dall’ospedale di Nottingham, in Inghilterra, dove è nata. L’Alta Corte britannica ha disposto il distacco delle macchine vitali, avvenuto sabato scorso in un hospice, contro la volontà dei genitori che secondo ragione dovrebbero avere l’ultima parola, lasciata invece ai tribunali. Lunedì scorso il nostro governo aveva concesso in via straordinaria la cittadinanza italiana alla bimba, così da rendere possibile il suo trasferimento a Roma: la piccola era infatti inguaribile ma curabile fino all’ultimo giorno. Palazzo Chigi, nella contesa con i giudici di Londra, si era appellato anche ad alcuni articoli della Convenzione dell’Aja per la tutela dei minori.

Al provvedimento del nostro governo conseguono alcune considerazioni. Casi come quelli di Indi si sono presentati anche in altri Stati europei, senza produrre però alcun intervento esterno di salvaguardia delle cure. La gestione di vicende umane così drammatiche è affidata alle leggi nazionali e non a protocolli generali definiti per dare risposte non solo alle tragedie che arrivano alla ribalta mediatica.

Il governo Meloni è senz’altro sensibile ai temi bioetici, compresi nel più grande principio di salvaguardare la vita in ogni sua forma, anche quando è appunto inguaribile. Quel principio però ha un campo di azione che chiama in causa altri ambiti e dovrebbe essere applicato sempre rappresentando un caposaldo di ogni azione politica. Secondo l’organizzazione non governativa (ong) «Save the children», dal 2014 ad oggi sono naufragati nel Mediterraneo 1.143 minori migranti, quasi 400 dal gennaio scorso, nell’arco di tempo durante il quale Palazzo Chigi ha dato una stretta ai salvataggi da parte delle navi umanitarie delle ong, nella falsa illusione che ostacolando questa attività si sarebbero fermate le partenze dalla Tunisia e dalla Libia, che sono invece cresciute. Il recente accordo fra Roma e Tirana prevede poi di trattenere in Albania 38mila persone recuperate in mare da navi della Marina militare italiana e delle Capitanerie di porto del nostro Paese. Il provvedimento viola il Trattato di Dublino sul diritto d’asilo ma soprattutto separerebbe gli uomini, destinati ai nuovi Centri di permanenza nello Stato estero, da donne e bambini. Come sottolinea l’Unicef, «occorre fare il possibile per mantenere le famiglie unite. La separazione è infatti una situazione profondamente angosciante per i bambini, che li espone a un rischio maggiore di violenza, abuso e sfruttamento. In linea con l’articolo 9 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, gli Stati sono chiamati a vigilare affinché il minore non sia separato dai suoi genitori a meno che la separazione non avvenga in considerazione del suo superiore interesse».

La Convenzione dell’Aja vale anche per i bambini migranti e altre norme internazionali dovrebbero proteggere i piccoli vittime di guerre, da Gaza a Israele, dall’Ucraina all’Africa. La tutela della vita è poi un valore costituzionalmente garantito, stabilito nella Carta da una generazione di politici che aveva vissuto sulla propria pelle gli orrori della Seconda guerra mondiale, che falcidiò oltre 60 milioni di vite umane. I principi fondanti sono tali perché inderogabili ed hanno una validità che non può prevedere eccezioni. Tanto più in questa epoca segnata da una violenza crescente, che non risparmia nemmeno i minori, vanno affermati con forza e senza deroghe. Diceva il teologo Dietrich Bonhoeffer: «Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i bambini».

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