(Foto di ANSA/NISHIMURA)
MONDO. Un anno di Trump alla Casa Bianca, e l’America è irriconoscibile.
Lo conferma, senza remore, lo stesso presidente: «Comando io, il diritto internazionale non esiste: devo rispondere solo a me stesso». Mai nessun Paese come gli Usa ha sollevato, nel corso della Storia, opinioni così contrastanti fra ammiratori e detrattori. E mai nessuno Stato come la democrazia più antica del mondo s’è sentita investita di un «destino manifesto», della missione universale di emancipare l’umanità nel segno della democrazia e del capitalismo: cosa comunque avvenuta, pur con tutti i limiti, dalla Seconda guerra mondiale in poi. Quell’ordine liberaldemocratico condiviso, costruito dalla superpotenza e che ora la stessa cerca di smantellare.
Cosa sta succedendo all’ammiraglia della democrazia e, per riflesso, alla Vecchia Europa, dove l’instabilità prodotta dal trumpismo si accumula? La seconda presidenza del tycoon non è improvvisata come la prima e la sua struttura mentale non nasce nel vuoto: figlia del risentimento e dei deficit sociali della globalizzazione, si pone al punto d’incontro fra le crisi della democrazia e del diritto internazionale, in una comunità globale che, dalla fine della Guerra fredda, si caratterizza per l’assenza di un equilibrio. L’aspirante al Nobel per la pace ha inaugurato una leadership di guerra e unilaterale. A volte si fatica a definire gli Stati Uniti una democrazia liberale, perché l’assalto frontale allo Stato di diritto, e ai pur celebrati pesi e contrappesi, parla di una trasformazione radicale.
Si impone l’arbitrio che il potere esecutivo debba risiedere esclusivamente nella presidenza e che quindi la Casa Bianca possa fare tutto, con un Congresso che nel frattempo ha abdicato al suo ruolo costituzionale. Via le Agenzie critiche verso Trump, attacchi alla magistratura e alle strutture di garanzia (come avviene nei regimi illiberali), delegittimazione della Federal Reserve e alla sua indipendenza, campagna violentissima contro gli immigrati. Persino un giudice conservatore della Corte suprema, Samuel Alito, ha dichiarato che i «presidenti estendono i loro poteri al limite, se non oltre il limite».
I consensi a Trump sono ai minimi, la re-industrializzazione promessa non è pervenuta. La macro-economia tiene, specie per il contributo delle Big Tech, ma il turbo attivismo di Trump non risolve i problemi degli americani: i dazi hanno fatto aumentare i prezzi, le aspettative di crescita dell’inflazione stanno aumentando, il debito pubblico continua a crescere. Le elezioni di Midterm a novembre saranno un voto su questa leadership. Le relazioni internazionali hanno subito un’autentica spallata con l’esaurirsi di un secolo di internazionalismo e atlantismo statunitense. L’Europa è il bersaglio prediletto, perché rappresenta tutto ciò che Trump detesta. Per noi i dazi come leva negoziale punitiva sono stati uno choc, una rottura strutturale, la fine dell’idea di un commercio internazionale guidato da norme condivise.
L’Ue ha reagito inizialmente sotto la soglia del minimo sindacale, mentre sulla Groenlandia la musica potrebbe essere diversa. Trump ha scaricato sul Vecchio Continente l’onere di provare che sia un partner necessario. Comanda in sostanza la legge del più forte attraverso un processo di svuotamento delle regole internazionali. Il disegno neo-imperiale prevede vassalli allineati e obbedienti più che alleati veri e propri, sfere d’influenza sottratte ai vincoli delle interdipendenze che hanno plasmato l’ordine globale, così come, in America, si procede in parallelo al contrasto dei vincoli costituzionali.
La strategia è brutalmente chiara: le grandi potenze si impongono sulle altre più piccole. Dall’egemonia liberale alla supremazia selettiva. Il sostegno altalenante all’Ucraina mantiene margini di ambiguità, mentre la riabilitazione internazionale di Putin, unita alla «convergenza distruttiva» con lo zar, dice molto della postura trumpiana. Con il raid in Venezuela, l’America ha sospeso la sovranità di uno Stato nel proprio emisfero: un diritto intangibile è stato calpestato, perché entrato in conflitto con gli interessi di sicurezza di Washington. Tutto diventa negoziabile, purché il prezzo sia vantaggioso per gli Stati Uniti. Trump non ha interesse a promuovere la democrazia e i contenuti della pace non lo riguardano più di tanto. Anche gli obiettivi idealmente giusti sono ingabbiati nella regola del buon affare. La tregua imposta su Gaza è stata un risultato positivo, ma ora vediamo cosa succede in quella sorta di Consiglio di amministrazione chiamato a ricostruire la martoriata Striscia e dove sono stati invitati a farne parte pure Russia e Bielorussia.
Proprio ieri, a conferma di una situazione che rischia di finire fuori controllo e non ben compresa da tutti in Europa, tre Cardinali americani vicini a Papa Leone XIV, nel definire «distruttiva» la politica estera di Trump, hanno denunciato che «l’azione militare non può essere un normale strumento di politica nazionale». Un chiaro segnale per ammonire che la Storia ha preso una piega pericolosa, che serve un senso del limite e che occorre uscire dall’età della forza per restituire cittadinanza alla civiltà del vivere insieme.
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