Un cambio di passo che ha fatto bene al Paese

Anche alla «Martin Luther Universität» di Halle Wittenberg - come già in passato era accaduto con altre università della Germania - gli economisti non hanno dubbi: Bergamo, dopo Brescia, è la seconda provincia in Europa per valore aggiunto in attività industriali. Wolfsburg, la sede della Volkswagen, è al terzo posto. Vuol dire che il prodotto riceve innovazione, qualità e servizi che lo rendono competitivo. Intendiamoci è il primo passo.

tedesche al primo posto. Ed è la differenza che passa tra un’economia diffusa fatta di grandi gruppi e quindi di grandi economie di scala ed una parcellizzata come quella italiana. Resta il fatto che la metallurgia, la meccanica e la chimico-farmaceutica sono diventati fattori trainanti dell’export italiano e si integrano nella catena produttiva tedesca. Vuol dire che, per esempio, in un’automobile made in Germany molte parti della componentistica vengono dal Nord Italia. Non sono prodotti che, come il marchio della vettura, colpiscono l’immaginario collettivo, ma ne segnano la qualità.

Adesso la più grande impresa automobilistica d’ Italia ha il cervello operativo a Parigi nel quartiere generale della Peugeot. A Torino hanno venduto anche la sede storica della Fiat, quella dell’Avv. Agnelli e di Sergio Marchionne.

L’industria tedesca si è concentrata sul prodotto finito, ne ha mantenuto la produzione e ne ha fatto il suo simbolo. Mentre negli anni Novanta i grandi gruppi in Germania hanno capito che il futuro era nell’ innovazione tecnologica e nei sistemi di lavorazione, in Italia si è continuato a guardare ai profitti di impresa come ad una plusvalenza. Anziché concentrarsi nell’efficientamento dell’azienda si è pensato a diversificare gli investimenti per trarre il massimo vantaggio finanziario. Adesso la più grande impresa automobilistica d’ Italia ha il cervello operativo a Parigi nel quartiere generale della Peugeot. A Torino hanno venduto anche la sede storica della Fiat, quella dell’Avv. Agnelli e di Sergio Marchionne. A questo porta la finanziarizzazione dell’economia. Ed è forse anche per questo che i marchi storici americani si sono visti superare dalla concorrenza prima giapponese e poi tedesca.

Nonostante questo tracollo storico l’industria italiana ha saputo risorgere dalle ceneri e l’ha fatto con la modestia di chi deve ripartire quasi da zero. Non vi erano spazi e tempi per ricreare grandi gruppi. Lo Stato italiano era troppo indebitato per fare come in Francia, dove i cosiddetti campioni nazionali non si lasciano morire o andare all’ estero. Nell’azionariato della Peugeot e quindi del gruppo adesso denominato Stellantis, dopo la fusione con FCA, la Francia c’è con la sua mano pubblica. In Italia si è puntato sulla flessibilità delle piccole e medie imprese e sui distretti industriali e si è accettata la sfida nelle catene globali del valore. Ed è così che da un deficit della bilancia commerciale italiana di 30miliardi e 652 milioni di dollari nel 2009 si passa, dieci anni dopo, ad un surplus di oltre 65 miliardi di dollari.

La specializzazione dell’Italia è profondamente cambiata negli ultimi vent’anni. Le eccellenze nazionali prima facevano riferimento solo all’ agro-alimentare, all’abbigliamento e all’arredo. Adesso se guardiamo ai dati Istat del 2019-2020 osserviamo che al primo posto nell’export italiano verso la Germania sono i farmaceutici seguiti dall’automotive, dai prodotti metallurgici, dai semilavorati.

La specializzazione dell’Italia è profondamente cambiata negli ultimi vent’anni. Le eccellenze nazionali prima facevano riferimento solo all’ agro-alimentare, all’abbigliamento e all’arredo. Adesso se guardiamo ai dati Istat del 2019-2020 osserviamo che al primo posto nell’export italiano verso la Germania sono i farmaceutici seguiti dall’automotive, dai prodotti metallurgici, dai semilavorati. I famosi vini sono al settimo posto. La spina dorsale del mondo produttivo italiano si definisce come industria meccanica e meccatronica, della chimica, della plastica. Il rapporto nell’ export con il vino e i prodotti alimentari è di 5 a 1. Il che segna il cambio di immagine di un Paese designato a figurine con i colori della pizza e della moda. Ed è probabilmente questo che colpisce l’osservatore estero e lo rende entusiasta ancorché stupito. Ecco in mezzo a questa rivoluzione che ha salvato l’Italia dal declino industriale, e quindi dal collasso economico Bergamo si trova al centro ed è un buon viatico per i bergamaschi, per la sicurezza dei loro posti di lavoro ed anche per il prestigio del Paese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA