(Foto di Foto di Wes Hicks su Unsplash)
ITALIA. Può apparire un paradosso, ma non lo è. Proprio nel tempo in cui molti immaginano che l’intelligenza artificiale ridurrà l’importanza dello studio, della preparazione e della cultura, accade il contrario: la formazione diventa ancora più importante di quanto non fosse in passato.
È questo, in fondo, il punto più interessante che emerge dalla recente ricerca di Anthropic sugli effetti dell’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro. Lo studio misura la distanza tra ciò che questi sistemi potrebbero teoricamente fare e ciò che invece stanno realmente facendo nei contesti professionali. E mostra che lo scarto (per ora) è ancora ampio: l’uso effettivo resta soltanto una frazione di quello teoricamente possibile. Ma proprio qui sta il dato decisivo. Questo divario non ridimensiona il fenomeno: lo rende ancora più serio, perché segnala che la trasformazione è appena cominciata.
Lo studio aggiunge un secondo elemento che merita attenzione. Gli effetti più rilevanti non si concentrano soltanto su attività marginali o puramente esecutive, ma investono molte professioni cognitive e qualificate: informatica, finanza, amministrazione, servizi legali, alcuni ambiti della sanità, e più in generale attività fondate sul linguaggio, sull’analisi, sulla scrittura e sulla gestione dell’informazione. E rileva anche che, sebbene finora non emerga un aumento sistematico della disoccupazione nelle occupazioni più esposte, vi sono già segnali iniziali di rallentamento nelle assunzioni dei lavoratori più giovani.
È qui che molti rischiano di sbagliare. Vedono che l’intelligenza artificiale non ha ancora dispiegato fino in fondo i suoi effetti e ne ricavano una conclusione tranquillizzante: dunque il suo impatto sarebbe sopravvalutato. Ma è un errore antico. Di sicuro non dobbiamo incorrere nello stesso errore di tanti intellettuali dell’Ottocento che, sorpresi dalla rivoluzione industriale, si rifiutarono quasi di capire, di accettare, di comprendere il cambiamento. E proprio per questo furono travolti dalla storia.
Anche oggi il pericolo non è la macchina in sé. Il pericolo è il rifiuto di comprenderla. Perché il cambiamento non si ferma negandolo; travolge soltanto chi ha deciso di non misurarsi con esso.
Ecco allora il paradosso: più la tecnica accelera, più la formazione diventa decisiva. In una società relativamente stabile si poteva coltivare l’illusione che bastasse acquisire una volta per tutte un certo patrimonio di conoscenze. Oggi non basta più. Occorre formare persone capaci di apprendere continuamente, di leggere i processi, di valutarne le implicazioni, di anticiparne gli effetti.
Vale per tutti, ma vale a maggior ragione per le nuove generazioni. Sarebbe però un errore pensare che i giovani, per il solo fatto di essere nati in un ambiente digitale, siano automaticamente pronti a governare l’intelligenza artificiale. La familiarità con uno strumento non coincide con la comprensione dei suoi meccanismi, dei suoi limiti, dei suoi effetti sociali e culturali. Per questo i giovani non hanno bisogno di meno educazione, ma di più educazione: più solida, più esigente, più ampia.
In una società relativamente stabile si poteva coltivare l’illusione che bastasse acquisire una volta per tutte un certo patrimonio di conoscenze. Oggi non basta più. Occorre formare persone capaci di apprendere continuamente, di leggere i processi, di valutarne le implicazioni, di anticiparne gli effetti
Ma il problema non riguarda solo loro. Interpella anche il mondo adulto: le professioni, la pubblica amministrazione, le imprese, l’università, il giornalismo, il diritto, la medicina. Se chi guida istituzioni e organizzazioni si rifiuta di comprendere, il ritardo non resta individuale: diventa collettivo.
La familiarità con uno strumento non coincide con la comprensione dei suoi meccanismi, dei suoi limiti, dei suoi effetti sociali e culturali. Per questo i giovani non hanno bisogno di meno educazione, ma di più educazione: più solida, più esigente, più ampia
Per anni si è detto che ai giovani e ai lavoratori bisognava fornire una «cassetta degli attrezzi». Oggi questa espressione non basta più. Nel tempo dell’intelligenza artificiale bisogna avere a disposizione un’intera officina: un’officina della conoscenza, della formazione, della capacità critica. Perché i cambiamenti non sono più lenti e prevedibili. Sono rapidi, simultanei, spesso disordinati. E allora non bastano pochi strumenti: servono strutture mentali più robuste, conoscenze più profonde, flessibilità, attitudine a comprendere il nuovo senza esserne né sedotti ciecamente né paralizzati dalla paura.
La vera linea di confine non passa tra uomini e macchine. Passa tra chi vuole capire e chi preferisce negare. Tra chi si prepara e chi resta fermo. Più la tecnica accelera, più diventano indispensabili studio, cultura e capacità critica. Non per subire il nuovo, ma per governarlo. Perché la storia non spazza via chi cambia: spazza via chi si rifiuta di capire che il mondo è già cambiato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA