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MONDO. Dazi, controdazi, guerra in Iran, Taiwan: il vertice tra Xi Jinping e Donald Trump.
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«C’è un’alta posta in gioco», ha scritto mercoledì 13 maggio il South China Morning Post presentando l’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump, che entra nel vivo stamattina. E la posta dev’essere davvero alta se il vertice, pur rinviato di un paio di mesi a causa della guerra in Iran, si tiene a dispetto di tutti i colpi che Washington e Pechino si sono scambiati in questi mesi. Qualche esempio. Lato Usa: in gennaio, il Dipartimento del Commercio ha introdotto una nuova politica di licenze che in sostanza pone un limite alle vendite di chip di fascia alta alla Cina, e in aprile lo stesso Dipartimento ha ammonito i produttori di apparecchiature per semi conduttori a non trattare con Hua Hong Semiconductor, la seconda fonderia più grande della Cina, e alla sua controllata, Huali Microelectronics. In più, Washington ha annunciato sanzioni contro le raffinerie petrolifere cinesi e ha minacciato sanzioni secondarie contro le banche di Hong Kong e della Cina, mentre non cessano le pressioni sulle società di Hong Kong che controllano i terminal portuali di Panama.
Lato Cina: ordine alle aziende nazionali di interrompere l’importazione di chip Nvidia e Amd a favore di quelli di Huawei Technologies e di altri produttori nazionali e la minaccia di imporre sanzioni a qualsiasi cittadino o azienda che rispetti le sanzioni statunitensi. In più, rallentamenti burocratici e limitazioni agli acquirenti Usa di magneti e minerali strategici cinesi a base di terre rare, fondamentali tra l’altro per l’industria americana della difesa. Per chiudere, a fine aprile Pechino ha scosso il settore dell’Intelligenza Artificiale bloccando l’acquisizione da 2 miliardi di dollari della startup cinese Manus da parte della Meta di Mark Zuckerberg. In aprile, peraltro, il Governo cinese ha anche ridotto del 9% la propria dotazione di bond americani, portando l’investimento sotto il trilione di dollari, la quota più bassa dal 2010.
Ciliegina su questa torta di schiaffoni: l’aggressione Usa all’Iran che, guarda combinazione, esportava verso Pechino 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno, e gli aiuti cinesi (osservazione satellitare, denaro, forse anche armi) alla resistenza dei pasdaran. Questa peraltro è la ragione per cui tutti ora prevedono che Trump e Xi parleranno tanto di Iran. E sarà senz’altro così. Ma non tanto per l’aspetto militare. I due leader hanno una necessità in comune: far riaprire lo Stretto di Hormuz, la cui chiusura causa moltissimi problemi alle economie rampanti dell’Asia ma non risparmia l’Occidente, con una crisi energetica senza precedenti fuori dagli Usa («Oltre 14 milioni di barili al giorno di petrolio fermati uno shock di offerta senza precedenti», scrive l’Agenzia internazionale per l’energia) e inflazione e aumento dei prezzi dentro gli Usa. Chiudere la questione iraniana e aprire lo Stretto, insomma. Sì, ma come? Trump ha bisogno di poter dire «ho vinto» e la Cina ha un’influenza relativa in Medio Oriente. Ma è pur vero che ogni giorno che passa sminuisce qualunque vittoria americana e che la Cina dispone di leve economiche e politiche per rallentare ancor più l’orologio della crisi. Io so che tu sai che lui sa, insomma, un gioco che Xi gioca da maestro da vent’anni parlando il meno possibile e che Trump padroneggia parlando il più possibile senza far capir che cosa davvero voglia.
L’intreccio dei destini di Usa e Cina intorno all’Iran, peraltro, non è che il simbolo del più vasto intreccio che lega i due Paesi. Come si diceva, Trump ha provato a fare l’aggressivo ma ha sempre trovato una Cina granitica e pronta a rispondere. La quale, però, sconta il reticolo delle alleanze Usa tra Giappone, Corea del Sud, Filippine e Taiwan. E nel frattempo, intenti come sono a scrutarsi con diffidenza da lontano, sia gli Usa sia la Cina scaricano enormi quantità di denaro nelle spese per la difesa.
Trump è arrivato a Pechino con il solito aereo carico di imprenditori e uomini d’affari. Quasi tutti della razza inquietante dei geniacci delle tecnologie che ha accompagnato il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Anche loro trovano nei cinesi pane per i loro denti. Come si vede, è una lunga serie di pareggi o di partite dal risultato affatto scontato. Un continuo scontrarsi e scornarsi che, non a caso, ha fatto sorgere un sospetto: che prima o poi Washington e Pechino interrompano il braccio di ferro e si siedano al tavolo di quella seconda Yalta di cui tutti hanno una gran paura.
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