(Foto di Ansa)
ITALIA. Giorgia Meloni è abituata, ma forse questa volta Matteo Salvini l’ha sorpresa.
Tutto si poteva immaginare infatti, tranne che il leader della Lega attaccasse Donald Trump, proprio lui che si è sempre considerato il più trumpiano della destra italiana e che ha cercato in varie occasioni di prendersi il primato a scapito della premier.
A differenza di Meloni che considera l’intervento in Venezuela «legittimo perché difensivo rispetto ad una minaccia ibrida», da New York dove si trova in vacanza, il vicepremier ha dichiarato che «l’uso della forza deve essere il più possibile circoscritto», e che bisogna affidarsi alla diplomazia «rispettando il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro», e poi che «l’esportazione della democrazia non è né prudente né saggia». E qui la citazione di peso: «Come dice Papa Leone, bisogna garantire la sovranità del Venezuela e assicurare il diritto».
A parte il Pontefice, una posizione che ricorda la Lega dei tempi di Umberto Bossi, quella che rivendicava i diritti dei «popoli della Padania», e che oggi è identica a quella assunta da
«La posizione di Salvini su Trump ricorda la Lega dei tempi di Umberto Bossi, quella che rivendicava i diritti dei «popoli della Padania»
Marine Le Pen in Francia. «Sì, Salvini ha sposato la linea di qualcun altro piuttosto che quella del governo di cui fa parte» scrollano le spalle quelli di Fratelli d’Italia con l’aria di chi minimizza l’irritazione e dice: è ordinaria amministrazione. Sarà, però fa effetto vedere che nei confronti del presidente americano, il governo italiano ha parlato in due modi radicalmente diversi: uno allineato e uno no.
Obiezione alla quale Antonio Tajani risponde alla solita maniera: «La linea di politica estera la fanno il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri, il resto sono posizioni personali». In ogni caso Meloni ha colto l’occasione, lei sì, di schierarsi apertamente con Trump con una dichiarazione, come ricordato più sopra, che vede nella difesa da minacce ibride la legittimità dell’intervento armato, con ciò situandosi all’estremo opposto rispetto al premier spagnolo Pedro Sanchez, l’unico nella Ue che ha nettamente criticato il rapimento di Maduro (che peraltro il governo di Madrid, come tutta l’Unione europea, non aveva riconosciuto dopo le denunce di brogli e violenze durante le elezioni). In mezzo, la cautela dei leader europei si spinge fino ad un inconcludente balbettamento di chi «critica ma non condanna», auspica «una transizione democratica» e si dimostra inquieto e preoccupato: come dire l’ennesima riprova di una Unione che non riesce ad esprimere una posizione netta (anche perché l’unanimità è stata rotta dall’ungherese Viktor Orban che si è rifiutato di sottoscrivere la dichiarazione ufficiale di Bruxelles).
Sul fronte opposto nessun partito del centrosinistra difende Maduro, ma tutti condannano l’azione Usa e criticano Meloni per l’appoggio che le ha offerto. «Una dichiarazione estremamente grave», dice Elly Schlein, «perché la democrazia non si esporta con la violenza». AVS di Bonelli&Fratoianni definisce «vassalla di Trump» la presidente del Consiglio e altrettanto fa il M5S. Il partito di Conte è stato fino a questo momento l’unico apertamente schierato dalla parte di Maduro (con ripetute visite di un ex sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, di casa anche al Cremlino) ma che in questa circostanza usa più cautela e si limita alla riprovazione dei confronti dei criteri d’azione della Casa Bianca di Trump. In questo caso dunque i partiti di opposizione non corrono a prendersi i voti delle piazze che in giro per l’Italia si sono mobilitate al grido di «giù le mani dal Venezuela» e «Maduro libero».
© RIPRODUZIONE RISERVATA