Zaki libero, ma l’Egitto resta intoccabile
Manifestazione per la scarcerazione di Zaki a Roma, martedì 7 dicembre (Foto by Ansa)

Zaki libero, ma l’Egitto resta intoccabile

Dopo 22 mesi di prigionia, prima nel carcere di Mansura e poi in quello di Tora, decine di udienze estenuanti e la spada di Damocle di una lunga e ingiustificata condanna, a Patrick Zaki, lo studente egiziano residente in Italia e arrestato all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio 2020, potrà tornare in libertà. Esultano, giustamente, i parenti, gli amici e gli attivisti che lo hanno sempre sostenuto. È un passo importante ma, bisogna dirlo chiaramente, non è una vittoria.Intanto la libertà di Patrick è provvisoria, come dice appunto la sentenza, e sul suo capo pende ancora lo spettro di una condanna a cinque anni per l’accusa di aver diffuso notizie false.

Ma soprattutto, questa svolta arriva sotto forma di una gentile concessione delle autorità egiziane, e non come il riconoscimento che il processo è stato fin qui assurdo e crudelmente persecutorio, tanto da trasformarlo in una palese strategia di intimidazione nei confronti di tutti coloro, siano oppositori, attivisti o semplici cittadini, che nutrono una qualche forma di critica nei confronti del regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Men che meno si tratta di una marcia indietro rispetto alle leggi liberticide che hanno portato nelle prigioni egiziane più di 65 mila prigionieri politici.

Il «caso Zaki», in questi due anni, è stato vissuto in Italia come un proseguimento del «caso Regeni», il giovane ricercatore che, sempre al Cairo, fu rapito il 25 gennaio del 2016, torturato e lasciato morto in strada dove fu ritrovato il 3 febbraio. Ed è stata una giusta considerazione, che dobbiamo tenere presente anche ora. Perché non si ottiene la verità? Perché l’Egitto mente e ostinatamente nega quanto è ormai evidente a tutti, e cioè che Regeni fu trucidato da una squadra dei servizi segreti del Paese, in una delle tante missioni punitive che rientrano tra i loro compiti? Per la stessa ragione per cui un attivista come Zaki è stato così a lungo perseguitato: al-Sisi sa di potersi permettere certe azioni senza dover pagare dazio.

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