Duplice infanticidio di Pedrengo, i motivi dell’assoluzione: «Trauma dell’adozione come innesco di un quadro di grave disturbo psichico»

LE MOTIVAZIONI. La relazione degli psichiatri sulla mamma di Pedrengo, accusata della morte dei due figlioletti e assolta.

Mattia, di appena due mesi, morì a causa di una compressione del torace. Una stretta «improvvisa e intensa, compatibile con un abbraccio disperato di qualche minuto», che causò la bradicardia, «determinando così, in mancanza di un tempestivo intervento salvifico, il decesso del bambino». La stessa mamma raccontò di quella stretta, affermando che fu successiva all’accorgersi della mancata percezione del respiro del piccolo, e che dopo quell’abbraccio lui aveva emesso un rantolo. Poi ci fu la chiamata ai soccorsi, che purtroppo furono inutili. Per la Corte d’Assise di Bergamo, non ci sono dubbi che questa morte – il 25 ottobre 2022 in casa a Pedrengo – sia conseguenza di un’azione della mamma, Monia Bortolotti. La Corte presieduta dalla giudice Patrizia Ingrascì (a latere, il giudice Andrea Guadagnino, estensore delle motivazioni), ha rilevato che, per questo fatto, la donna «non è punibile per la totale incapacità di intendere e volere al momento del fatto». Accusata anche della morte (il 15 novembre 2021) della primogenita Alice, di quattro mesi, è stata assolta: gli accertamenti sul corpo della piccola, riesumato dopo la morte del fratellino, non hanno escluso che sia morta per cause naturali. La donna dovrà comunque restare in una Rems per dieci anni.

I fatti

Sullo stato psichico di Bortolotti, si evidenzia come «fuori dal rapporto asimmetrico della genitorialità», sia in grado di «interagire, in modo nel complesso efficace, con la realtà». E sia anche «capace di camuffare, in forma per cosi dire nevrotica, lo stato depressivo con tratti psicotici congruenti all’umore connesso a un disturbo psichico grave quale quello, diagnosticato dai periti nominati dal Gip, dell’attaccamento insicuro evitante, a sua volta da ricondursi a una adozione psichicamente fallita». La maternità, e la necessaria cura per i piccoli, «ha dunque operato, con riferimento all’uccisione di Mattia (l’unica che, come detto, può imputarsi a Bortolotti), come un fattore di innesco di un grave quadro psicopatologico, che si è poi rivelato in significativa correlazione con il reato commesso».

Il trauma dell’adozione

Si dà evidenza delle risultanze degli psichiatri, con la storia di Bortolotti caratterizzata dal trauma dell’adozione, il «disturbo dell’attaccamento insicuro evitante», la depressione. E il desiderio di unione simbiotica con Mattia. Per la Corte, anche l’episodio del settembre 2022 (all’apparenza il bimbo, aveva smesso di respirare), in seguito al quale ci fu il ricovero di un mese, potrebbe essere riconducibile a «un’azione di costrizione» poi interrotta dalla mamma. E durante lo stesso ricovero, un’infermiera la vide stringere con forza Mattia «dopo essersi accovacciata in lacrime in un angolo della stanza». Anche in quel caso, si parla di «un’azione di costrizione, nella forma di un abbraccio», ritenuta simile a quella «verificatasi, con elevata probabilità, prima del ricovero, e poi, con certezza processuale» il giorno del decesso.

I ritardi nei soccorsi

Nelle motivazioni si ripercorre quanto accaduto la mattina del 25 ottobre 2022: il ritardo nella richiesta di aiuto ai soccorsi, l’arrivo dell’ambulanza e del medico che ha constatato il decesso. Ma anche quanto registrato dal loop recorder, un dispositivo sottocutaneo che era stato messo a Mattia alle dimissioni (nove giorni prima della morte) dall’ospedale, dove era stato ricoverato per un mese (in quanto, all’apparenza, aveva smesso di respirare). Il piccolo fu sottoposto a «uno spettro esteso di esami cardiaci, neurologici e genetici, tutti con risultati negativi quanto alla presenza di patologie». E venne quindi dimesso come sano. Ma pochi giorni dopo ci fu il decesso.

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