«Oriocenter, che scommessa. E ora diventerà più grande»

L’INTERVISTA. Antonio Percassi e le origini del centro commerciale che venerdì 24 novembre festeggia le nozze d’argento e punta ad ampliarsi. «Le banche locali non mi hanno aiutato, ma è stato un successo: un’enorme soddisfazione come imprenditore».

Il 24 novembre fanno 25 anni. Antonio Percassi festeggia le nozze d’argento con «quella che è stata sicuramente la mia più grande scommessa da imprenditore, ai tempi qualcosa di folle». In una parola sola, Oriocenter. «Cosa sarebbe successo se fosse andata male? Semplice, la fine della mia carriera da imprenditore».

Partiamo proprio dall’inizio...

«Siamo nella seconda metà degli anni ’90».

Ecco, chi l’aveva mai visto un centro commerciale del genere in Italia? Un mall, come li chiamano negli States.

«La mia fortuna era quella di girare il mondo per aprire i negozi Benetton, quindi quei posti li avevo visti».

Ok, ma in Italia e per giunta a Bergamo.

«Io avevo ben presente quell’area verde davanti all’aeroporto, radente all’autostrada, spesso immersa nella nebbia. Ecco, ho iniziato a immaginarci qualcosa di grande».

E l’ha comprata quell’area.

«Nonostante l’ostilità di qualche potente: ricordo che qualcuno mi ricevette a mezzanotte dicendomi che quell’area interessava a lui e che quindi avrei dovuto rinunciarci. Non mi chieda il nome che tanto non glielo dico».

All’epoca l’aeroporto faceva fatica a superare il milione di passeggeri.

«Vero, ma si capiva che sarebbe diventato grandissimo, la posizione era eccellente. In realtà all’epoca avevo contattato i vertici di Sacbo per valutare una partnership nell’operazione, ma non erano interessati».

Forse era troppo avanti?

«Forse. Di certo se avessi fallito sarei finito a gambe all’aria, ma la verità è che ci credevo troppo. Solo che non poteva essere un posto qualsiasi, doveva lasciare tutti a bocca aperta, e allora mi sono rivolto allo studio Arnou: francesi, i massimi esperti del settore. Dopo 15 giorni siamo andati a Parigi e quando ho visto il progetto ho detto solo una cosa: spettacolare».

Ma è quello che alla fine è stato realizzato?

«Sì, il concept è quello. Qualcosa è stato cambiato in corsa, ma davvero poco. E lì ho cominciato a capire che poteva essere un colpaccio».

E i finanziatori?

«Dico una cosa nota e che non mi è ancora andata giù dopo quasi 30 anni: le banche locali non mi hanno aiutato. A parte l’allora Banca Provinciale Lombarda, che mi diede il primissimo finanziamento».

Non credevano nel progetto?

«Non solo, mi hanno dato del matto. Ma dove vuoi che vada questo qui, dicevano...».

E quindi?

«Quindi ho avviato tutti i contatti possibili fino a quando non c’è stato l’interesse del San Paolo. Siamo andati a Torino, prima ho incontrato i vertici dell’istituto e dopo 3 giorni presentato il progetto: alla fine c’è stato un attimo di silenzio, di quelli che durano una vita, poi mi hanno detto subito che avrebbero finanziato loro l’operazione. Tutta».

Lei in quegli anni aveva appena ceduto l’Atalanta.

«Sì, un’altra di quelle decisioni nette della ma vita, come quando ho smesso di giocare a 24 anni per fare l’imprenditore e aprire i negozi Benetton. Ecco, Oriocenter aveva caratteristiche del genere, non poteva restare così, a metà: o sarebbe stato un successo o un flop clamoroso».

Chissà quante volte è andato in cantiere...

«E chi le ha contate... Andavo sul ponticello e guardavo: quando una domenica hanno iniziato a mettere giù i pilastri mi sono venuti i brividi. Uno spettacolo, lì ho capito davvero quanto sarebbe stato grande».

Paradossalmente mi pare di ricordare che la parte meno complessa sia stata la commercializzazione degli spazi.

«Assolutamente. Appena qualcuno vedeva gli spazi firmava subito il contratto».

E arriviamo al giorno dell’inaugurazione, il 24 novembre 1998.

«E il giorno prima nevica. Terrore puro, temevo non venisse nessuno e invece era una coda unica. Una soddisfazione incredibile anche verso quelli che non avevano capito nulla del progetto e mi avevano maltrattato. Una goduria, mi davano del fallito e invece...».

Voi ora avete la gestione del centro?

«E anche 30mila metri quadri di spazi di proprietà. Con la possibilità di fare un ulteriore ampliamento su aree di nostra proprietà».

Se parla di possibilità vuol dire che ha già deciso.

«Stiamo valutando. Diciamo che tra sei mesi ci sarà un progetto di livello: la nostra intenzione è realizzare un percorso circolare tra i vari negozi».

Diciamo in un paio d’anni?

«Sì, è possibile».

C’è un brand del quale va più fiero?

«Tutti quelli di Benetton, eravamo legatissimi a loro. All’inaugurazione c’erano Gilberto e Luciano Benetton, ricordo. O il gruppo Inditex, ovvero Zara e vari altri marchi: non li conosceva nessuno, hanno spaccato. Una realtà fantastica, dei geni assoluti: avanti anni luce».

E qualcuno che vorrebbe portare?

«Stiamo valutando alcuni nomi...».

C’è chi dice che Oriocenter ha ucciso il centro di Bergamo.

«È una cavolata».

Mi spieghi perché...

«In centro città devi portare dei marchi forti, questa è la verità. Trovare la via giusta e il posto adatto e allora lavori bene. I centri commerciali sono un’altra storia, non facciamo paragoni».

Quindi è ottimista per il futuro del centro di Bergamo?

«Io faccio solo una domanda: ma avete visto quanti turisti ci sono in giro?».

Una marea.

«Ecco, continueranno ad aumentare e bisogna offrire loro dei marchi internazionali».

Ma il negozio di piccole dimensioni?

«Esisteranno sempre se saranno capaci di proporre un’offerta forte e di qualità: in questo caso bastano anche gli 80 metri quadri di negozio, ma per un brand di grido no».

Quindi non è colpa di Oriocenter?

«A parte il fatto che se anche dovesse chiudere ormai il territorio è talmente pieno di centri commerciali che le cose cambierebbero poco. La domande da farsi secondo me sono altre: che merce vendo? Come gestisco il negozio? Se la via è forte bisogna essere presenti e se sai vendere vendi bene. I turisti stranieri non vanno all’Oriocenter, se non prima di prendere il volo di ritorno, ma in centro o in Città Alta ed è lì che bisogna intercettarli. E non basta nemmeno, bisogna essere avanti a tutti con la propria attività, perché chi gira il mondo è abituato a vedere le cose e fare le proprie valutazioni».

Quindi in sintesi?

«Direi che bisognerebbe lamentarsi di meno e fare le cose come vanno fatte».

Si ricorda la sua idea di mettere una tettoia in via XX Settembre?

«E come no. Ma forse oggi non servirebbe più».

Tra un paio d’anni arriverà anche il treno all’aeroporto...

«Gran bella cosa».

E ci credo, vi porta altri clienti. Non ci mettete qualcosa in quell’operazione?

«L’ideale sarebbe un collegamento diretto e sopraelevato con l’aeroporto».

Non si può.

«È difficile, ma è chiaro che l’interesse è reciproco: per noi quel treno è perfetto, meno traffico e assalto ai parcheggi».

Ma proverete a trattare con Sacbo?

«Certo, ma non sono facili».

Dicono la stessa cosa di voi...

«Diciamo che è una bella lotta».

Non trova un po’ alienante chiudersi tutto il giorno in un centro commerciale?

«Io non ce la farei, ma realisticamente chi lo fa davvero? La verità è che è semplicemente uno spazio comodo, fruibile e di qualità dove passarci il tempo necessario. Non c’è nessun dualismo con i centri storici, ripeto: noi siamo presenti in tutta Italia e in entrambe le fattispecie».

Ha realizzato diversi outlet in Italia ma mai un altro Oriocenter, per quale motivo?

«Non è escluso che ne realizzeremo un altro, stiamo valutando alcune aree».

Dal punto di vista imprenditoriale Oriocenter è stata la cosa più importante che ha realizzato?

«Beh, ne ho fatte diverse, ma questa è speciale perché a Bergamo ci vivo. E poi vista come era iniziata questa storia e le porte che mi hanno sbattuto in faccia è davvero un’enorme soddisfazione».

Mai pensato di non farcela?

«Il dubbio era praticamente giornaliero, mi creda».

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