Dai campi di Chignolo d’Isola a guida dei motori Sdf in Turchia
Michael Esposito Ingegnere di 28 anni della Same coordina l’industrializzazione del plant di Bandirma. tra leadership, sfide produttive e spirito d’adattamento.
L’odore del gasolio e il tremito della terra sotto i piedi sono i primi ricordi d’infanzia di Michael Esposito, frammenti di una vita trascorsa tra i campi di Chignolo d’Isola, dove le macchine agricole non erano semplici strumenti, ma organismi vivi da decifrare. In quel perimetro della provincia bergamasca è nata una sintesi perfetta tra due eredità familiari: da un lato la velocità e la sfida meccanica trasmesse dal padre, con un trascorso appassionato nel mondo del rally, e dall’altro la concretezza del legame con la terra ereditata dalla madre, figlia di agricoltori e tuttora titolare di un’azienda agricola. Questa doppia radice ha plasmato una personalità che unisce l’adrenalina della competizione alla solidità del lavoro contadino.
Oggi Michael ha 28 anni e quel «cuore pulsante» che cercava di comprendere da bambino, osservando i giganti di ferro muoversi tra i solchi, lo ha portato lontano: per il gruppo Sdf (Same Deutz-Fahr) ricopre il ruolo di responsabile di produzione del reparto motori a Bandirma, in Turchia, coordinando processi industriali complessi in uno stabilimento che negli ultimi anni ha vissuto una crescita esponenziale, diventando uno dei pilastri produttivi del gruppo. «La passione per ciò che faccio oggi la sento come parte integrante della mia identità, qualcosa che ho sempre avuto nelle vene. Sono cresciuto respirando il valore del lavoro, della concretezza e della fatica, salendo su quelle macchine prima ancora di comprenderne il funzionamento tecnico. Ricordo nitidamente il rumore pieno del motore e le vibrazioni che salivano sotto le mani: sensazioni forti che mi facevano capire che quelle macchine non erano freddi pezzi di metallo. In quei momenti è nata la mia curiosità per l’ingegneria e in particolare per il motore».
La laurea in Ingegneria
Dopo il diploma al liceo scientifico Maironi da Ponte nel 2016 e la laurea triennale in Ingegneria Meccanica al Politecnico di Milano nel 2020, il suo ingresso nel mondo del lavoro è avvenuto quasi per destino naturale a Treviglio, nella storica sede della Same, dove ha iniziato con uno stage curricolare dedicato all’analisi dei dati e all’ottimizzazione dei banchi di collaudo. Entrare in fabbrica per Michael non è mai stato un semplice esercizio teorico o un dovere d’ufficio, ma un modo per onorare quella cultura del «sapersi sporcare le mani» che appartiene profondamente alla sua terra d’origine e alla storia della sua famiglia. Rapidamente, la sua carriera ha assunto una sfumatura manageriale a scapito di quella puramente tecnica, dimostrando doti di leadership che lo hanno portato, nel 2023, a diventare responsabile del reparto produzione cabine dello stabilimento di Treviglio.
L’opportunità in Turchia
In quel periodo si è trovato a coordinare circa un centinaio di persone, supportato da quattro team-leaders, affrontando le sfide quotidiane della catena di montaggio. «In quel ruolo mi sono impegnato ogni giorno per garantire prima di tutto la sicurezza dei miei collaboratori e il rispetto rigoroso degli standard di qualità ed efficienza aziendali. Ma quando nel febbraio 2024 l’azienda mi ha proposto l’opportunità di un’esperienza di lavoro all’estero, proprio in Turchia, ho capito che era il momento di accettare una sfida ancora più grande». Oggi Michael coordina e supervisiona le attività produttive in un reparto motori che ha visto nascere e crescere quasi dal nulla, vivendo in prima persona la trasformazione di uno spazio industriale. Ha affrontato l’industrializzazione di un intero plant partendo da una linea di montaggio che inizialmente era solo una struttura vuota e isolata al centro dello stabilimento.
«L’aspetto più interessante e gratificante della mia esperienza attuale è stato proprio l’avviamento del processo produttivo e il seguente processo di miglioramento continuo. Quando vidi il reparto per la prima volta era un foglio bianco. Nel corso delle settimane ho visto quel luogo trasformarsi radicalmente, arricchirsi di macchinari all’avanguardia, strumenti di test e controllo qualità, oltre che di personale qualificato. Sentire il primo motore prendere vita lungo la linea e vederlo avviarsi per la prima volta è stato uno dei momenti più emozionanti non solo per me, ma per tutto il team che ha lavorato duramente per raggiungere questo obiettivo». Vivere da expat a Bandirma significa anche imparare a calibrare la precisione e la programmazione tipicamente bergamasche su una cultura differente, caratterizzata da ritmi e sensibilità diverse.
L’espressione «kolay gelsin»
«Ho dovuto cambiare spesso il mio approccio e sperimentare modi nuovi per comunicare un concetto o un metodo di lavoro. Quello che più mi ha colpito della Turchia è la loro incredibile flessibilità e la capacità di adattarsi a situazioni nuove, reagendo con prontezza agli imprevisti. Viceversa, dell’Italia mi manca a volte la capacità di programmazione del lavoro e l’analisi preventiva». Nonostante le naturali barriere linguistiche e religiose, Michael ha cercato di creare un ponte empatico con i suoi collaboratori, imparando espressioni locali che aprono le porte del dialogo. «Uso spessissimo l’espressione «kolay gelsin», che letteralmente significa «che sia facile per te». È un saluto di buon auspicio che viene sempre accolto con un grande sorriso e aiuta ad abbattere le distanze». La vita quotidiana in Turchia non è fatta solo di officina e banchi di prova; è condivisa con altri cinque colleghi italiani con cui si ritrova per allenarsi insieme in palestra o per godersi una passeggiata sul lungomare. I fine settimana diventano l’occasione ideale per esplorare un territorio immenso e ricco di storia: dalle vette per il trekking alle gite fuori porta a Bursa o Istanbul, fino ai tour suggestivi in Cappadocia. Michael partecipa a tornei di calcetto, battute di pesca e persino di caccia, assicurandosi che la nostalgia non prenda mai il sopravvento. Anche a tavola l’adattamento è stato fluido. «Il baklava al pistacchio mi ha letteralmente conquistato, è un dolce stratificato e complesso che adoro. Ma se proprio devo trovare un limite, da buon italiano, dico che la pasta qui non si può mangiare».
Il legame con Bergamo e con Chignolo d’Isola resta però saldo, alimentato quotidianamente dalle videochiamate con i genitori. Michael rientra in Italia ogni due o tre mesi, ma sono stati soprattutto i parenti e gli amici a sfruttare la sua permanenza all’estero per organizzare visite e scoprire le bellezze di Istanbul. Il suo futuro ha ancora il sapore dell’ambizione internazionale, anche se l’orizzonte finale resta quello delle radici. «Il richiamo dell’Italia è forte, ma a 28 anni sono in una fase della vita in cui sono disposto a continuare la mia esperienza all’estero, purché ci sia un progetto ambizioso da portare a termine, come è stato negli ultimi due anni. Nel medio-lungo termine però mi vedo stabilmente a casa». E a chi sta per affrontare un’avventura simile, Michael consiglia di armarsi di entusiasmo e curiosità. «Osservate i diversi modi di lavorare per farne bagaglio personale, perché la capacità di adattarsi sarà la risorsa più preziosa in un mondo globalizzato».
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