L’Europa e il cammino di autodistruzione. Servono nuovi leader

MONDO. Dovrebbe essere giunta l’ora che si facciano avanti – se ci sono – coloro che si ritengono i leader più visionari e in grado di difendere sino in fondo il modello europeo.

Quasi non ce ne siamo accorti e in pochi anni stiamo assistendo in Europa a una corsa verso l’autodistruzione. Il pensiero corre ai cupi anni ’30 del secolo scorso quando le crisi delle democrazie sfociarono in regimi dittatoriali in Germania, Spagna, Polonia, Ungheria, mentre in Italia Mussolini demoliva le strutture istituzionali. Ma allora era una reazione inevitabile alle crisi politiche nei Paesi democratici e agli esiti di una guerra che avevano umiliato alcuni popoli e posto le premesse per nuovi conflitti. Oggi invece da dove viene questa «voglia matta» di picconare le democrazie liberali che hanno consentito decenni di benessere mai goduti prima?

La fine della Guerra fredda e il crollo del Muro di Berlino, la perdita del potere di acquisto dei ceti borghesi non bastano a giustificare la frustrazione di chi non va a votare o si affida all’estrema destra. La scintilla che ha alimentato il fuoco del rigetto dei partiti tradizionali va rinvenuta nella mancata assimilazione di milioni di migranti che ha contribuito a creare un senso di insicurezza.

Francia, Germania e non solo

Nell’Est europeo l’uscita dai regimi comunisti e il passaggio, per molti traumatico, al capitalismo ha prodotto società dove non esistono partiti di sinistra veramente influenti (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) e dove l’influenza di Mosca è sempre incombente (Bulgaria, Romania). In alcuni di questi Paesi la sola menzione di possibili «invasioni» di mediorientali o africani ha prodotto spostamenti elettorali a destra e regimi proto-autoritari. I sentimenti di insoddisfazione e paura si esprimono sui social media e vengono intercettati da partiti e movimenti che li fanno propri, li moltiplicano e li incanalano nelle rivolte contro il «diverso» che minerebbe i valori tradizionali o contro i rituali della democrazia vissuta come ostacolo all’autentica espressione del popolo. Nonostante gli aiuti dell’Ue che hanno proiettato interi paesaggi continentali nella modernità, Bruxelles convoglia su di sé tutte le colpe, anche quelle non sue. Molti hanno indicato nella Francia il principale malato d’Europa con la probabile caduta nelle mani del populismo lepenista, ma un venticello molto più velenoso soffia in Germania dove spinte antidemocratiche mettono insieme gruppi neonazisti, anti-vax, etno-nazionalisti e integralisti che hanno trovato nel partito Afd ( Alleanza per la Germania) il grimaldello per cercare di scardinare il potere dei cristiano-democratici e dei socialdemocratici per andare al potere. L’Ue negli anni scorsi ha saputo far convivere i Paesi frugali con quelli latini, le nuove democrazie dell’Est con la «Vecchia Europa», ma ora i populismi nazionalisti minano dalle fondamenta le istituzioni comunitarie.

Serve un salto di qualità

Come far rinascere potenti anticorpi alla deriva autoritaria? Serve una scossa, un salto di qualità anche traumatico che salvaguardi il nostro modello di società. Alcuni Paesi potrebbero avviare una fase costituente aprendo all’idea di una Confederazione europea cui vengano attribuiti alcuni poteri (esercito, politica commerciale, mercato unico dei capitali…), rimpatriando ai singoli Stati altre competenze. Ciò potrebbe avere una certa risonanza tra le opinioni pubbliche sempre più scettiche verso Bruxelles e costituire un argine per forze politiche autoritarie. Sul campo – esangue – rimarrebbe di fatto l’attuale Unione europea che, anche per molti «integrazionisti» convinti ( come lo scrivente ), ha fallito per l’incapacità dei suoi recenti leader. La Storia insegna. Prima di passare all’azione (violenta) e prendere il potere, Lenin pronunciò la celebre frase «La Guardia è stanca». Ebbene, se si analizza il cambiamento di scenario innescato dalla postura americana, dovrebbe essere giunta l’ora che si facciano avanti – se ci sono – coloro che si ritengono i leader più visionari e in grado di difendere sino in fondo il modello europeo minacciato da Trump e Putin.

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