Addio a Dotti, giocò con Atalanta e Lazio. Rimase famoso per il litigio con Lo Bello

IL LUTTO. Stopper anche dell’Inter, nel 1968 si trasferì a Bergamo dove ha vissuto. È morto a 86 anni, nel 1969 il tentativo di aggressione al noto arbitro: fu squalificato per 10 giornate, poi ridotte a 6.

Ci ha lasciato anche lui, Piero Dotti, 86 anni, e lo ha fatto con un briciolo di rammarico perché ci si ricordava solo della sua mega-squalifica per aver cercato di mettere le mani addosso all’arbitro Concetto Lo Bello in una disgraziata partita con la Fiorentina. In realtà la sua carriera parla anche di molto altro.

Piero, all’anagrafe Pier Luigi, Dotti era nato a Castelfranco Emilia il 6 maggio 1939 ed era cresciuto nella Mirandolese, in qualità di mediano prima di affrancarsi come stopper, per passare in seguito al Messina (154 presenze e 2 reti in 5 stagioni) e poi spiccare il salto alla Lazio, dove si distingue per affidabilità e intelligenza tattica in tre brillanti campionati (87 partite).
L’Inter di Herrera lo vuole per sostituire Guarneri, ceduto al Bologna, i tempi gloriosi dei nerazzurri milanesi sono agli sgoccioli ma non impediscono a Piero 13 apparizioni, impreziosite dal gol decisivo per la vittoria sul Torino, e una memorabile tournée in Messico, Cile, Canada e Stati Uniti, dove affronta il Santos di Pelé in una tumultuosa (20 minuti di sospensione per una rissa, ma lui non c’entrava) quanto epica vittoria grazie a un gol di Sandrino Mazzola. Era il 27 agosto 1967 a New York e la cronaca descrive: «L’Inter, una volta di più, ha sfoderato la sua splendida difesa con Santarini su Pelé e con un Dotti interditore superbo su Silva». Tornato dalle glorie oltreoceano, Piero viene ceduto all’Atalanta nel 1968.

«Ma cosa abbiamo fatto di male per averli tutti contro ?»

Fu espulso, squalificato per 10 giornate (ridotte in seguito a 6), mentre il nostro campo, già graziato con la Roma, si beccò una giornata di stop che certamente non contribuì al tentativo di salvezza

Non è un torneo fortunato per i nostri colori, tant’è che finirà con una retrocessione nonostante un cambio in panchina con Silvano Moro a sostituire Stefano Angeleri. E arriviamo al 9 febbraio 1969, incontro interno con la Fiorentina che avrebbe vinto lo scudetto. Un mese prima c’era stata la partita persa a tavolino con la Roma di Pizzaballa per intemperanze del pubblico, soprattutto di Gradinata, era finita 2-2 sul campo. C’era insomma un po’ di nervosismo in giro. I viola segnarono con Maraschi in un’azione in cui Rizzo fece fallo, non rilevato, su Dordoni. Il tappo saltò a Piero a cinque minuti dalla fine, quando il fischietto siracusano sanzionò un fallo (apparso inesistente) in attacco all’Atalanta. Dotti si scagliò contro la giacchetta nera, fortunatamente contenuto da Poppi e Tiberi, urlando: «Ma cosa abbiamo fatto di male per averli tutti contro ?». Fu espulso, squalificato per 10 giornate (ridotte in seguito a 6), mentre il nostro campo, già graziato con la Roma, si beccò una giornata di stop che certamente non contribuì al tentativo di salvezza.

Lo Bello uscì dopo due ore di assedio, sfruttando il buio e la stanchezza dei rivoltosi. Sedici presenze per Dotti nel primo torneo e 9 in quello successivo in Serie B, ma Bergamo gli era rimasta nel cuore e, infatti, vi prese casa e rimase fino alla fine da noi, concludendo la carriera alla Pro Patria e finendo in gondola a Venezia con 36 presenze dal 1970 al 1972. E qui s’intrecciano teneri, perché giovanili, ricordi personali.

Le cene con Oscar Rumi

Piero Dotti ed Oscar Rumi, all’epoca, erano affezionati clienti dell’«Agnello d’Oro», il ristorante della mia famiglia in Città Alta, e si accompagnavano con le sorelle Camilla e Bice Fumagalli, indubbiamente due delle ragazze più affascinanti di Bergamo. Quando li vedevo arrivare, accompagnandoli nel loro separé per poterli poi servire, ero felicissimo perché i due maschietti, che saldavano il conto alternativamente, lasciavano sempre mance assai generose. Non avrei pensato che la storia continuasse nel tempo, invece Piero e Oscar, all’inizio, diventarono cognati, anche se per poco, tanto che Dotti collaborò nella boutique delle «Sorelle Fumagalli» in via XX Settembre, dividendo con Camilla vita e impegno commerciale.

La passione per il tennis

Smesso col calcio, fece incetta di trofei impugnando la racchetta da tennis e, successivamente, diventò una star delle bocce, giocando vicino al suo stadio, senza arbitri tiranni tra i piedi, a due passi da casa. È andato a punto fino a venti giorni fa, prima di arrendersi a una malattia che lo tormentava da sette anni. Accanto a lui la moglie Camilla, compagna inseparabile in un percorso di dedizione e complicità. Le figlie Tessa e Irina (col marito Matteo), presenza costante e premurosa, e le amate nipoti Nina e Mila, luce dei suoi ultimi anni, a cui ha saputo trasmettere il valore delle cose autentiche.

I suoi funerali si sono celebrati in casa e in forma strettamente privata. La famiglia desidera esprimere un sentito ringraziamento al reparto di cardiologia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, in particolare al dottor Michele Senni e al caro amico Luca Lorini, che lo ha accompagnato con affetto e dedizione insieme al dottor Maurizio Toccagni. Forse, a quest’ora, Lo Bello gli sarà andato incontro. Confessando che, quella volta, era stato in effetti troppo severo.

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