Quando dire addio: il momento più difficile della medicina veterinaria

L’APPROFONDIMENTO. Dietro la decisione più complessa c’è competenza scientifica, esperienza clinica e valutazione etica.

Ci sono istanti, nella professione veterinaria, che nessuna formazione tecnica prepara davvero ad affrontare. Il fine vita di un animale è uno di questi. È un momento sospeso, fatto di silenzi, sguardi e decisioni che non hanno mai il sapore della semplicità. Spesso, nella percezione comune, viene considerato un atto rapido, quasi «procedurale». In realtà rappresenta uno dei passaggi più complessi, delicati e carichi di responsabilità dell’intera medicina veterinaria, tanto sul piano clinico quanto su quello umano.

La decisione più difficile

Stabilire quando sia giusto dire addio non significa smettere di curare, ma prendersi cura fino in fondo. È una valutazione che nasce dall’analisi congiunta di prognosi, possibilità terapeutiche reali e qualità della vita dell’animale. La medicina veterinaria moderna dispone di strumenti diagnostici sempre più sofisticati e di terapie avanzate, ma la possibilità tecnica di intervenire non coincide automaticamente con il reale beneficio per il paziente. Prolungare la sopravvivenza biologica non equivale sempre a garantire benessere, ed è proprio in questo spazio sottile che si colloca la decisione più difficile.

Non solo dolore fisico

Negli ultimi anni, la letteratura scientifica ha approfondito in modo significativo lo studio dello stress e della sofferenza nel fine vita animale. Parametri come l’aumento dei livelli di cortisolo, le alterazioni della frequenza cardiaca e respiratoria, i cambiamenti posturali, la perdita di appetito e la riduzione delle interazioni sociali sono oggi riconosciuti come indicatori oggettivi di disagio. A questi si aggiungono segnali comportamentali più sottili, come l’apatia, la confusione o la perdita di interesse verso stimoli prima gratificanti. Il fine vita, dunque, non riguarda solo il dolore fisico, ma uno stato globale di sofferenza che coinvolge anche la sfera emotiva e relazionale dell’animale.

Una decisione medica

È in questo momento che la deontologia professionale entra in modo prepotente. La decisione sul fine vita non può essere una scelta autonoma del proprietario, per quanto guidata dall’amore e dal desiderio di «fare il meglio». Deve essere una decisione medica, fondata su competenze scientifiche, esperienza clinica e valutazione etica, e come tale deve appartenere al medico veterinario, sempre in accordo e in dialogo con il proprietario. Il confronto è fondamentale, l’ascolto è imprescindibile, ma la responsabilità finale non può essere delegata a chi non ha gli strumenti per valutare l’intero quadro clinico e le sue implicazioni.

Il peso emotivo

Quello che spesso viene sottovalutato, però, è il peso emotivo che questo momento comporta anche per il veterinario. Studi recenti evidenziano come la professione veterinaria presenti un’elevata incidenza di stress emotivo e burnout, in particolare legati alla gestione del fine vita e all’eutanasia. Ogni decisione porta con sé il carico di una relazione, di una fiducia profonda e della consapevolezza di essere l’ultimo custode del benessere di quell’animale. Accompagnare un paziente alla fine significa sostenere il suo dolore, ma anche quello della famiglia che lo ama, mantenendo al tempo stesso lucidità clinica e rigore etico.

Rispettare ed accompagnare

Per questo è importante sviluppare una maggiore sensibilità anche nei confronti della figura del medico veterinario, riconoscendone non solo il ruolo sanitario ma anche la dimensione umana. Dietro ogni «è il momento» c’è una valutazione complessa, mai automatica, e una responsabilità che lascia segni profondi. Comprendere questa complessità aiuta a vivere il fine vita non come un fallimento, ma come parte integrante della cura.

Dire addio non è mai semplice, per nessuno. Ma quando questa scelta nasce dalla competenza, dall’etica e dall’empatia condivisa tra medico veterinario e proprietario, può trasformarsi nell’ultimo, autentico atto d’amore. Perché anche quando non è più possibile guarire, resta sempre possibile proteggere, rispettare e accompagnare. Fino all’ultimo respiro.

di Stefano Scioscia
Medico veterinario

© RIPRODUZIONE RISERVATA