Disagio giovanile, casi e complessità in crescita: impennata tra le ragazze
I DATI. La fotografia dai servizi neuropsichiatrici della cooperativa Aeper. Nel centro diurno di Bergamo pazienti più che triplicati dal 2019 a oggi.
I numeri del disagio giovanile sono in aumento da qualsiasi parte si posizioni la lente d’ingrandimento, con dati che – in alcuni casi – risultano addirittura più che triplicati rispetto al 2019. E con un netto aumento delle ragazze, soprattutto negli ultimi anni. Il punto di osservazione è quello della cooperativa sociale Aeper, che ha raccolto gli accessi, le prese in carico e le richieste registrate tra il 2019 e il 2025 dai suoi servizi di neuropsichiatria infantile: il centro diurno terapeutico Kaleido di Bergamo (in città è attivo anche il Centro Geode, servizio specialistico di psicologia clinica e neuropsichiatria), la comunità Piccola Stella di Medolago e il Trattamento individuale terapeutico di territorio integrato (che si configura come progetto di domiciliarità).
Il centro diurno Kaleido
La crescita più alta è quella del servizio semiresidenziale Kaleido, che è passato dai 16 pazienti del 2019 ai 58 del 2025 (il 262% in più). Un aumento graduale, tranne che per il 2022, quando si è verificato un lieve calo (da 24 a 22 pazienti). Mentre il passaggio dal 2024, quando i pazienti erano 35, al 2025 ha segnato un rialzo del 65%.
Le ragazze in curo ora sono l’81%
Impressionante la differenza di genere: mentre nell’ultimo anno pre-pandemico le ragazze in carico erano 3 (poco meno del 19%), negli ultimi anni la situazione si è ribaltata. E infatti l’anno scorso sono state 47 le ragazze che hanno frequentato il centro diurno: l’81% dei pazienti e, soprattutto, oltre il doppio rispetto alle 20 del 2024. In generale, negli ultimi cinque anni solo nel 2022 il numero di ragazzi è stato superiore a quello delle ragazze, con 12 pazienti maschi e 10 femmine.
«Per ognuno – spiega la coordinatrice Laura Marchesi – sono costruiti una frequenza e un progetto su misura. Mediamente gli accessi sono 2-3 a settimana e riguardano pazienti dai 12 ai 21 anni, anche se nel 2025 il focus è stato sulla fascia 15-17». Guardando alla tipologia di casi, la maggior parte riguarda i disturbi dell’umore (31), con diagnosi di tipo depressivo e bipolare, molte in situazioni di comorbilità. «Un dato significativo, oltre alla maggioranza di pazienti femminili, è il tema autolesivo – aggiunge Marchesi –: 48 dei pazienti nel 2025 hanno manifestato pensieri o progetti di morte, assunto comportamenti autolesivi o tentato il suicidio. È il dato più alto di sempre».
E ci sono anche i casi di isolamento sociale (36 nel 2025) o di uso di sostanze stupefacenti (16 su 58). «In questo caso – osserva la coordinatrice – la tossicodipendenza non è la diagnosi primaria, ma è come se ci fosse una tendenza a costruire delle azioni ingenue di autocura». Un dato positivo, che deriva dalla logica di rete in cui la cooperativa Aeper si muove, riguarda la frequenza scolastica: «La maggior parte dei nostri ragazzi frequenta la scuola, l’anno scorso 39 in modo regolare e 15 con modalità personalizzate».
La comunità Piccola Stella
In costante aumento anche le richieste di accesso alla comunità terapeutica Piccola Stella di Medolago, che accoglie pazienti tra i 14 e i 17 anni. «Nel 2019 erano 155, nel 2025 ne abbiamo contati 303», dice la coordinatrice Dana Gatti. Numeri quindi (quasi) raddoppiati dal pre-Covid, con l’apice nel 2024, quando sono arrivate 360 richieste. Il numero di ospiti, dal 2019 a oggi, è invece oscillato tra i 17 e i 13.
Anche qui, dal 2021 in avanti, le ragazze rappresentano la maggioranza dei pazienti. Principalmente «si tratta di disturbi dell’umore, della condotta e della personalità. Sono qui da sei anni, ho notato un netto aumento della complessità delle situazioni, sia rispetto alla varietà dei disturbi, con diagnosi di comorbilità, ma anche per i fattori sociali e ambientali: nell’ultimo periodo notiamo tanto ritiro sociale, con diversi casi di abbandono scolastico».
Con l’aumento della complessità dei casi è cambiato conseguentemente anche il modo di lavorare: «Oggi – osserva Gatti – non consideriamo più solo i ragazzi ma anche la famiglia, l’ambiente che li circonda e la scuola. In media, i percorsi durano un anno e mezzo o due, il tempo necessario per fare un lavoro di ripresa». Anche il problema delle liste d’attesa si fa sentire, con un tasso di saturazione che si attesta sul 99,5%: «Sono molto lunghe, un problema grande che si unisce alla mancanza di educatori, operatori sanitari, Terp (Tecnici della riabilitazione psichiatrica), medici psichiatri, neuropsichiatri infantili e infermieri».
I progetti a domicilio
A proposito di isolamento sociale, c’è chi non riesce a lasciare le mura della propria camera. Per questi casi limite, che purtroppo sono in crescita, c’è Titti: il Trattamento individuale terapeutico di territorio integrato. Un progetto di domiciliarità, dice la coordinatrice Alice Castelli, che riguarda quei giovani «che non riescono a promuovere situazioni di socializzazione tra pari o a recarsi in situazioni di cura più tradizionali». Per fare il consueto confronto con la situazione pre-pandemia, nel 2019 i progetti domiciliari erano 16, di cui tre quelli per le ragazze: nel 2025 (così come nel 2024) sono stati invece 35, di cui 20 femmine.
«La particolarità del servizio – dice Castelli – è che va direttamente al ragazzo inserendosi come intervento famigliare. Facciamo circa due accessi a settimana. I ragazzi diventano come sismografi che ci segnalano altro: intercettiamo genitori molto coinvolti ma al tempo stesso fragili e insicuri. Anche per questo il processo è lungo, mediamente di 24 mesi». La fascia d’età su cui si lavora è soprattutto quella tra i 14 e i 17 anni, ma non mancano anche ragazzi e ragazze più piccole, «dalla prima media in avanti».
Accanto ai numeri, Aeper si interroga anche sulle possibili motivazioni. Secondo Francesca Nilges, responsabile dell’area di Neuropsichiatria infantile, «il Covid è stato un elemento che ha reso possibile nominare lo star male. Poi in realtà, c’era già un sommerso: gli addetti ai lavori percepivano che gli adolescenti di cui ci si occupava fossero solo la punta dell’iceberg. Oggi il disagio sta emergendo con una forza che interroga e crea preoccupazione». Marchesi, riflettendo sull’aumento, cita due parole: «Futuro e identità, domande centrali in adolescenza. Il momento attuale è critico rispetto al futuro e uno dei compiti a cui l’adolescente è chiamato è sapere chi è e vuole essere».
Chiude Castelli: «Gli adolescenti sono grandi comunicatori, se gridano oggi, e lo fanno con forza, forse è perché c’è un tessuto post Covid che può reggere e accogliere questo urlo. Come se fossimo “allenati” allo stare nel dolore. Certo è che gli adulti devono essere capaci di leggere i codici e i registri dei ragazzi».
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