Dislessia, prospettiva diversa sul mondo: dalla fatica alla capacità di condividere

Luca Muschio. La diagnosi all’Università: «Spero di poter aiutare altri a superare i pregiudizi e le difficoltà».

«Il vero splendore - scrive Margaret Mazzantini - è la nostra singola, sofferta diversità». Belle parole che nella pratica, però, spesso vengono dimenticate quando le differenze si mettono in gioco nei rapporti quotidiani, a partire dai banchi di scuola. Lo ha sperimentato di persona Luca Muschio, 23 anni, studente della facoltà di Economia all’Università degli Studi di Bergamo, un giovane tenace che ha scoperto di essere dislessico solo un anno fa e subito ha deciso di entrare nel gruppo giovani dell’Associazione italiana dislessia (Aid) di Bergamo e nel progetto «My Story», per offrire la sua testimonianza e aiutare così altri ragazzi che devono convivere con il suo stesso disturbo.

Molti pensano ancora che la dislessia rappresenti «un problema», «un difetto». C’è chi si vergogna di parlarne in pubblico, i pregiudizi del passato sono difficili da smantellare. Eppure nel mondo ci sono segnali che vanno in senso opposto: per esempio il GCHQ (Government Communications Head Quarters), l’agenzia governativa inglese che si occupa della sicurezza, arruola regolarmente persone dislessiche o comunque «neuro-divergenti» perché pensa che abbiano capacità più spiccate di «vedere un quadro più ampio». Anche Luca la pensa così: «La dislessia è soltanto una caratteristica, una diversa prospettiva», spiega. Ora gli mancano soltanto un esame e la tesi per concludere il suo corso di laurea triennale. Nel frattempo, però, ha imparato come mettere a frutto i suoi «talenti speciali», senza soffrire di complessi di inferiorità.

Se provassimo a riavvolgere il film della sua vita e della sua carriera scolastica, incontreremmo all’inizio un bambino che affronta con impegno le difficoltà, fiero di riuscire a cavarsela da solo. «Non sono mai stato bocciato - osserva -, sono sempre riuscito in qualche modo a compensare le mie difficoltà, forse per questo nessuno si è accorto della mia dislessia negli anni della scuola dell’obbligo». Quando frequentava le superiori, però, è stato rimandato a settembre per tre anni su cinque: «Ho scelto il liceo delle scienze umane con indirizzo economico-sociale - spiega - e mi è piaciuto molto questo percorso. In italiano, però, incontravo molti ostacoli. Nei temi di rado prendevo la sufficienza. Cercavo sempre di recuperare con le interrogazioni orali. A volte leggendo travisavo completamente il significato del testo. Gli insegnanti si rendevano conto che mi impegnavo nello studio e attribuivano i miei insuccessi al mio scarso amore per la lettura. Non mi piaceva proprio leggere, mi stancavo facilmente, ogni volta che dovevo prendere in mano un libro era una tortura. Anche in inglese (sia orale sia scritto) faticavo molto».

Lo appassionavano molto, invece, materie come il diritto e l’economia: «Erano discipline che caratterizzavano il mio indirizzo di studi, perciò il percorso che ho intrapreso era adatto a me e alle mie attitudini. Anche per questo poi ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Economia. Mi stimola molto dedicarmi all’analisi dei dati e dei grafici. Il mio sogno è diventare data-analist, ma mi piacerebbe anche lavorare in banca oppure in posta, purché la mia posizione lavorativa sia coerente con il mio percorso di studi».

I primi sospetti

Gli argomenti degli esami universitari gli sono congeniali, per questo ha incominciato a preoccuparsi quando si è accorto di incontrare molte difficoltà: «Gli insegnanti spesso durante le mie esposizioni mi facevano notare che non mi esprimevo bene, secondo loro non riuscivo a tradurre ciò che studiavo con parole precise. Quando mi applicavo sui concetti che c’erano dietro le formule matematiche e le nozioni statistiche mi accorgevo di faticare a comprenderli fino in fondo. È nato così in me il sospetto che dietro a questi problemi potesse esserci qualche disturbo di apprendimento. Così mi sono rivolto a un centro specializzato per sottopormi ai test e alla fine mi è stata diagnosticata la dislessia».

È stato un sollievo per Luca, come se fosse riuscito a trovare il pezzo mancante del suo puzzle: «Ho pensato a quanto sarebbe cambiata la mia vita scolastica se lo avessi scoperto prima - osserva -, ma poi ho fatto pace con me stesso: ormai è andata così, inutile rimuginarci sopra, è meglio pensare al presente e al futuro. Ho trovato più consapevolezza, slancio e nuove motivazioni per proseguire il mio percorso scolastico in modo positivo». Dopo aver scoperto la dislessia, ha dovuto riprendere in mano il suo metodo di studio, modificandolo completamente: «Ho imparato per esempio a usare la sintesi vocale per rendere più agevole la lettura. Mentre studio, poi, preparo anche delle mappe concettuali con Word e Powerpoint. Ho ottenuto subito un migliore rendimento».

Da quel momento in poi, grazie alla certificazione ottenuta in modo contestuale alla diagnosi, Luca ha potuto ottenere dall’Ufficio per la disabilità e i disturbi di apprendimento il suo piano didattico personalizzato (Pdp): «Ho concordato con una psicologa alcune misure compensative da adottare in occasione degli esami scritti e orali». Si tratta spesso di piccoli accorgimenti che però per lui sono molto preziosi: «Poco prima di iniziare il percorso dei test ero stato bocciato in un esame. In seguito mi sono reso conto di aver sbagliato soprattutto nell’approccio che avevo adottato, basato più sulla memoria che su una reale comprensione. Sono riuscito a colmare le lacune usando i nuovi strumenti che avevo a disposizione e questa volta è andato tutto bene. Anche nelle altre materie mi sono sentito a mio agio, più tranquillo, e ho ottenuto risultati migliori».

L’aiuto per gli altri

Quando Luca ha scoperto che l’origine delle sue difficoltà era la dislessia, ha trovato di pari passo anche il desiderio di impegnarsi attivamente a fianco di altri ragazzi che si trovano in questa stessa condizione: «Una psicologa del centro al quale mi sono rivolto per il test mi ha indirizzato all’associazione Aid di Bergamo. Ho scoperto che c’era anche un gruppo di giovani e ho colto subito l’occasione di entrare a farne parte. Il primo incontro è avvenuto durante un aperitivo informale, poi ho partecipato ad altri appuntamenti e ho deciso di impegnarmi direttamente nel lavoro di informazione e sensibilizzazione dell’associazione, offrendo anche la mia testimonianza personale».

Un gesto pieno di generosità e di coraggio: «Non mi sono mai sentito diverso o inferiore ad altri perché dislessico, e spero di poter aiutare altri a superare i pregiudizi e le difficoltà. Mi trovo molto bene nel gruppo giovani Aid e considero preziosa la possibilità di confrontarmi con persone che durante il percorso scolastico hanno avuto difficoltà simili alle mie, ragionare insieme su problemi e soluzioni».

La pandemia ha rallentato le attività, e Luca ha iniziato con gradualità: «Per adesso ho partecipato solo ad alcune conferenze online, durante le quali ho parlato sia della mia esperienza scolastica sia degli strumenti compensativi messi a disposizione a scuola e all’università. Spesso queste informazioni vengono date per scontate, ma in realtà è importante parlarne offrendone un quadro chiaro e completo e rispondendo alle tante domande e dubbi che genitori e ragazzi esprimono. Cerco sempre di insistere su un concetto per me fondamentale: la dislessia non è una debolezza o un difetto ma una caratteristica che non si può cambiare e che si può imparare a conoscere e a gestire in modo appropriato. Spero in futuro di potermi mettere alla prova anche dal vivo, entrando nelle scuole. Il nostro obiettivo, infatti, è svolgere un’azione capillare di sensibilizzazione».

La forza dell’associazione

Come recita un proverbio cinese, «finché non saprai perdonare l’altrui diversità, sarai sempre lontano dalla via della saggezza». Luca ha attinto forza dal gruppo dei coetanei dell’associazione Aid: «Ho incontrato nuovi amici, persone in gamba e con una forte motivazione. Mi impegno volentieri al loro fianco perché inseguiamo una causa importante. Per quanto i docenti oggi siano maggiormente informati sui disturbi di apprendimento rispetto al passato, in quest’ambito c’è ancora molto lavoro da fare. Ci sono ancora tanti studenti che non sanno neppure di essere dislessici, e che potrebbero trovare un grande sostegno negli strumenti compensativi, come è capitato a me. Non sempre a scuola viene fatta un’osservazione attenta e dettagliata degli studenti», con l’obiettivo di integrarli nel modo migliore nella classe. «Speriamo che in futuro sia possibile potenziare gli strumenti formativi a disposizione di insegnanti e di educatori. Intanto noi ci stiamo dando da fare per allargare il gruppo degli studenti disposti a offrire la propria testimonianza. Stiamo pianificando una serie di incontri che si svolgeranno nell’arco di tutto l’anno e presto daremo vita anche a una pagina Instagram per raggiungere direttamente i giovani e invitarli a partecipare alle iniziative che promuoviamo».

Un impegno importante perché la dislessia non venga considerata «una macchia» ma una parte di sé che si può condividere con naturalezza, senza sentirsi a disagio: «Per me - ammette Luca - all’inizio non è stato semplice raccontarlo, lo sapevano solo i miei familiari e i miei migliori amici. Poi però ho superato questa fase di riservatezza e prudenza, ho capito che non era un problema raccontare la mia dislessia anche con un pizzico d’ironia con una storia su Instagram oppure partecipando agli incontri dell’Aid. Non voglio farmi condizionare né considerare questo aspetto di me come qualcosa che diminuisca il mio valore personale». Per informazioni si può scrivere a [email protected] oppure consultare il sito https://bergamo.aiditalia.org.

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