Femminicidio di Valentina Sarto: niente rito abbreviato per Dongellini
IL PROCESSO. Essendo l’ergastolo la pena massima prevista si andrà a dibattimento: udienza il 15 settembre in Corte d’Assise.
Lettura 1 min.È stata respinta dal gip Laura Garufi la richiesta di accedere al rito abbreviato, condizionato da una perizia psichiatrica, per Vincenzo Dongellini, in carcere per l’uccisione della moglie Valentina Sarto, colpita con 19 fendenti la notte tra il 17 e il 18 marzo nella loro casa di via Pescaria in città.
Il dibattimento inizierà il 15 settembre in Corte d’Assise. Giovedì in tribunale erano presenti anche i genitori e uno dei fratelli di Valentina (che si sono costituiti parte civile, con gli avvocati Marco Mirabile ed Elisa Montresor). Ammessa come parte civile anche l’associazione «Tina Lagostena Bassi», con l’avvocato Marcella Micheletti. La difesa del cinquantenne aveva sollevato una questione di legittimità costituzionale: in base all’articolo 3 della Suprema Carta tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e, per quanto riguarda il reato di femminicidio, non si rispetterebbe tale principio. Ma, nel caso specifico, mancherebbe il requisito della rilevanza: che si tratti di femminicidio o di omicidio volontario aggravato, la pena massima prevista è comunque l’ergastolo. Quindi, nel perimetro del capo di imputazione formulato dalla Procura (titolare del fascicolo il pm Antonio Mele), l’abbreviato è comunque inammissibile.
In tribunale erano presenti anche Dongellini e i parenti della quarantunenne. La mamma, uscita dall’aula «perché non ce la facevo a vederlo», ha poi ricordato Valentina fuori dal tribunale: «Era la mia forza e io ero la sua, mi è mancato un pezzo della mia forza e del mio cuore. Mi aspetto l’ergastolo».
Come ricostruito durante le indagini, Valentina venne uccisa mentre era a letto e guardava la tv, venendo colpita con i 19 fendenti, «rea» agli occhi del marito, secondo la Procura, di rifarsi una vita con un altro uomo. Un «atto di definitiva limitazione delle libertà individuali», secondo l’accusa. È anche emerso che Valentina Sarto era costretta «a vivere secondo un regime domestico incompatibile con le normali condizioni di vita» e il marito monitorava l’uso che faceva del telefono, la insultava e minacciava anche di morte «prospettando, peraltro, di accoltellarla di notte», o di farle perdere il lavoro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA